Coulture Migrante

Arrivando a piedi dal centro di Como, salendo per dei gruppetti intermittenti di scale con la bussola che punta verso via Prudenziana, può capitare a un certo punto di ritrovarsi in un luogo ospitale immerso in un quartiere residenziale. Un piccolo complesso di edifici dove è facile trovare accoglienza e cordialità e che nell’ultimo periodo sta diventando uno dei punti di riferimento della vita culturale della città.
Il luogo di cui sto parlando, che è il “contenitore”delle realtà che voglio raccontare, è integrato in una struttura storicamente appartenuta a un ordine secolare di Orsoline, le Figlie di S. Angela Merici.

In questo ambiente permeato di spiritualità, grazie a Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, sociologə e coniugi, e con il sostegno di Caritas e Cariplo, nel 2006 è nata una associazione attiva nel campo dell’accoglienza, con la volontà di rigenerare vite e comunità. Una realtà che è stata chiamata Eskénosen: un verbo, del greco antico, ripreso dal prologo del Vangelo secondo Giovanni che recita: «E il verbo si fece carne e piantò la sua tenda in mezzo a noi». Una parola che indica il farsi prossimo, vicino e accogliente anche in senso corporeo, intendendo proprio il corpo come risorsa e limite della condizione umana. Perché pensano che «vivere sia stare sotto una tenda, provvisoria e mobile, aperta all’ospitalità e pronta ad accogliere chi passa vicino», si legge sul loro sito.

Ma per capire di più della genesi e della filosofia di Eskénosen il sito web non basta, così mi accordo con Chiara Giaccardi, presidente dell’associazione, per andare a visitare questa realtà e per farle delle domande.
Rispondendo alle mie curiosità, mi racconta che Eskénosen nasce dall’idea di trovare uno spazio dove praticare e ricevere accoglienza. Nasce dalla scelta, sua e del marito, di ospitare persone straniere, migranti – principalmente famiglie con bambinə. La scelta di offrire il proprio sostegno a persone che non posseggono i codici linguistici, sociali e culturali del contesto in cui vengono a trovarsi e che per questo partono da una condizione di maggiore difficoltà rispetto ad altre. «Nel nostro periodo di studio all’estero come studenti di sociologia – e senza troppe risorse – abbiamo trovato proprio quel tipo di apertura e ospitalità che vorremmo offrire qui», mi dice.

La spinta ad accogliere è frutto di una precisa idea di famiglia: il punto di partenza di un’avventura. «Per noi una famiglia non è bella e completa se è solo un nido chiuso dove ci si rifugia, ma lo è quando è aperta verso l’esterno e accogliente». È proprio dopo aver “accolto” diversi figlə che lei e il marito decidono di aprirsi ad altro, perché «l’incontro con il nuovo ti rimette in discussione – continua Chiara Giaccardi – e ti costringe a domandarti chi sei e ad aprirti verso qualcosa che non avevi previsto». L’incontro come imprevisto, come possibilità e rigenerazione. Un ampliamento del concetto di accoglienza e di cura, da figli e figlie a fratelli e sorelle. Un’urgenza precedente a Eskénosen, sostanziata nell’accoglienza improvvisata di persone con necessità, a cui ha fatto seguito il bisogno di trovare modus vivendi e operandi più strutturati, di praticare su basi più solide l’ospitalità e la reciprocità con gli ospiti – che, etimologicamente, sono sia coloro che ospitano sia coloro che vengono ospitati.
La loro idea sin da subito è stata quella di provare a vivere con l’Altro, non come aggiunta di un ingrediente fra tanti alla quotidianità – o come mero esercizio delle buone azioni – ma come riorganizzazione della propria vita per far sì che questo fosse una componente strutturale di essa, mettendo anche in discussione i modelli tradizionali dell’abitare.

Concretamente, aiutano le persone a dotarsi di quegli strumenti utili a condurre una vita più attiva e dignitosa possibile nelle nostre società: patente, diploma, conoscenze linguistiche, corsi di vario genere. Strumenti che permettano di ottenere un lavoro il più possibile qualificato e di migliorare la propria condizione materiale, perché non di solo pane vive l’uomo: Eskénosen organizza diverse attività, tra cui corsi di italiano, laboratori per l’infanzia, lezioni di canto, lezioni di cucina, e momenti di riflessione sui temi dei salvataggi in mare, dell’accoglienza e della sensibilizzazione interculturale. E quest’anno, per la prima volta, nell’ambito di Algae Festival a Como è stato anche aperto al pubblico con la mostra fotografica Tessere di Davide Bordogna.
«Dal punto di vista dell’accoglienza e per la portata del fenomeno migratorio sappiamo che quanto facciamo è una goccia nel mare – ci tiene a precisare Chiara Giaccardi – ma per nessuno degli ospiti è stata in questi anni una esperienza irrilevante. Anche se non tutti sono riusciti a trovare stabilità e qualcuno ha fatto ritorno al paese d’origine, abbiamo avuto sempre un riscontro positivo».

Eskénosen testimonia la possibilità di una via – e di una vita – alternativa a quella chiusa nelle proprie mura, a volte intrise di ignoranza o sospetto. La loro scelta, anche in mezzo a diffidenze e violenze, è stata di farsi testimonianza e provocazione nel mettere le persone di fronte alla realtà di un mondo plurale e multiculturale, che è poi quello in cui viviamo, e di volerle rendere più consapevoli che la convivenza non solo può essere, ma può essere bella.
Si dice spesso che servono vie per risolvere le marginalità e le fragilità sociali. Ma un conto è dirlo e un altro è viverlo. Realtà come Eskénosen dimostrano che vivere questa necessità è molto più efficace.

E lo dimostra anche Luminanda, una associazione culturale che ad un certo punto è entrata dalle porte aperte di via Prudenziana.
Luminanda nasce nel 2007 grazie al desiderio di Chiara Gismondi e Veronica Bestetti di portare il teatro tra le strade e in diversi luoghi della città di Como, con il sogno nel cassetto di fondare e far crescere un centro culturale. Dopo due anni a questo sogno iniziano a partecipare anche Anna Buttarelli e Ivana Franceschini, che tengono accesa la volontà di costruire un polo culturale a partire dal teatro, con un’attenzione particolare verso il lato pedagogico.


Proprio Anna Buttarelli, che mi accoglie nella sede di Eskénosen insieme a Chiara Giaccardi, mi racconta dei loro spettacoli, delle narrazioni e del teatro per famiglie, soprattutto rivolti a bambinə, giovani e persone con disabilità, e della fiamma viva che muove il loro agire: l’attenzione verso le cosiddette marginalità sociali in un’ottica di inclusione. «Ci siamo date come obiettivo lo sviluppo di comunità attraverso il medium dell’arte, tramite la realizzazione di progetti per anziani, persone con disabilità e più in generale rivolti a quelle che oggi si dicono “persone fragili” – mi dice – perché anche noi ci riconosciamo nelle fragilità, e per questo cerchiamo di facilitare l’incontro e viverlo in maniera autentica».

L’obiettivo di Luminanda non è solo il benessere delle persone marginalizzate ma creare una vera e propria interconnessione attraverso vari linguaggi artistici: teatro, danza, illustrazione, letteratura e non solo. Comunità e teatro sono due parole chiave perché quanto vogliono costruire è esattamente un teatro sociale e di comunità: un teatro che cerchi di radunare fasce di pubblico diverse e realizzi una condivisione di esperienze tra identità eterogenee; un teatro in cui spesso le storie, anche quelle personali, possono formare un racconto unitario, che è cornice di vita collettiva e partecipazione, che trovi valenza artistica nel costruire relazioni.


In questa direzione si è sviluppato, per esempio, il progetto Itaca Route, un progetto sociale e artistico nato nel 2015 che interseca i campi del teatro e della danza attraverso laboratori rivolti a persone migranti e non. Un esperimento di tetro multiculturale a favore di un processo di conoscenza reciproca e della comunicazione su tematiche come immigrazione e marginalità sociale. «Permettere l’incontro e la condivisione tra realtà diverse, che difficilmente si incontrerebbero, è un percorso lungo e delicato. Per questo è da intendersi come processo continuo», mi dice Anna Buttarelli.

La realizzazione dei vari progetti prevede in genere una fase di profonda ricerca e il fondamento di questa ricerca è la partecipazione. Per questo, prima di qualsiasi progettazione culturale viene fatta una indagine su cosa fare concretamente all’interno di ogni specifica comunità. In questo senso Luminanda ha lavorato anche con I Visionari di Sansepolcro, in provincia di Arezzo, il cui scopo è selezionare un gruppo di spettatorə di appartenenze e professioni diverse per assistere a svariati spettacoli che sulla base del loro apprezzamento vengono poi proposti all’interno di Kilowatt Festival, un festival multidisciplinare internazionale in cui si mischiano teatro, danza, arti performative, musica e non solo. Lo scopo dichiarato, de I Visionari come di Luminanda, è riportare il pubblico al centro del discorso con l’ausilio di molteplici discipline, aprendosi verso nuove fasce di spettatorə allontanandosi da logiche elitaristiche. Partecipazione, ricerca, inclusione, bellezza e cura sono le altre parole chiave.
Sviluppare questi spunti restando nella domanda, intercettandola, per Como è un’esigenza pressante.
Luminanda, già con il progetto Artificio nato al Chiostro di Sant’Eufemia – e lavorando in rete con realtà come Como Next, Nerolidio, Mondovisione, Allincirco, Down Verso e tante altre – ha provato, tra varie difficoltà burocratiche e politiche, a rispondere a questo bisogno.

E Cou(L)ture Migrante, progetto emerso nell’ambito di Itaca Route, è una risposta a questo tipo di bisogno. Nato nel settembre del 2018 da un corso di formazione di sartoria – che ha coinvolto diciotto migranti richiedenti asilo provenienti da diversi paesi, tra cui Nigeria, Pakistan, Gambia, Costa d’Avorio e Iraq –, si è progressivamente strutturato prendendo forma e identità riconoscibili, fino a stabilirsi in un vero e proprio laboratorio sartoriale nonché progetto imprenditoriale proprio negli spazi di Eskénosen. Un laboratorio multietnico che ha origine nell’idea di utilizzare scarti di tessuto per ridare valore, stabilità e durata alla materia. Nella dimensione del fare e del creare, dagli scarti vengono realizzati vestiti con un’estetica che richiama la provenienza di chi li crea e li rende veri. Una filosofia che parte dall’assunto che gli ospiti non sono solo persone bisognose ma portatrici di usi e costumi, di una cultura e storia, di una tradizione che può essere rigenerata anche attraverso una certa cura estetica. «Una filosofia che parte sì dagli scarti dei tessuti ma anche da quelli che spesso vengono considerati “scarti umani”: chi ci lavora o ci ha lavorato è infatti spesso privo di documenti o con un passato nelle tratte della prostituzione e quindi dalla società considerato ai margini», come mi ha raccontato Chiara Giaccardi parlando del laboratorio.

Cou(L)ture Migrante si è materializzato grazie all’unione di diverse realtà associative e grazie soprattutto al fortunato incontro tra Luminanda e Eskénosen: a uno spettacolo di Itaca Route a cui Mauro Magatti e Chiara Giaccardi hanno assistito al Chiostrino Artificio, grazie a un loro ospite, Aruna, erano presenti anche alcune realizzazioni sartoriali di Cou(L)ture Migrante e dallo scambio e interesse reciproco è nato un sodalizio. Ciò è stato possibile per la volontà condivisa di affrontare la questione migratoria – e quella sociale in generale – anche in una dimensione estetica e nell’affrancamento dallo status di vittima associato alle persone straniere. Individui e realtà diverse per percorsi e biografie hanno trovato, e trovano, sintonia nella diversità e nella mescolanza. La rigenerazione, la trasformazione e la valorizzazione dell’unicità e del bello in ciascunə è quanto cerca di realizzare il laboratorio seguendo questa visione del mondo. Diverse sono le dimensioni di Eskénosen, Luminanda e Cou(L)ture Migrante: spirituale, estetica, sociale ma anche politica. Insieme rendono un gesto, una azione, più credibile e più efficace di milioni di parole.

La filosofia di Eskénosen insegna che è importante prepararsi all’Altro, all’imprevisto, e accoglierlo e accettarlo come elemento presente e fondativo della nostra società. Luminanda interpreta questa filosofia e la rende multiforme e cangiante, attenta a diverse sensibilità e pronta all’utilizzo dell’arte come strumento oltre che come fine. Cou(L)ture Migrante, con il suo lavoro e le sue creazioni, è ottima sintesi di queste visioni perché partendo dalla necessità, con volontà e resistendo al presente testimonia la speranza, la bellezza e l’arte della rinascita.
Con attiva compassione per la condizione di “stranierə”, queste realtà cercano di affrancarlə dalla sua condizione di emarginazione per ridare dignità e speranza, ripartendo dalla dimensione relazionale dell’essere umani, contrapposta a quella individualista. Dimostrano in che misura sia possibile trovare in spazi locali consapevolezze e valori multiculturali e aprirsi al mondo dal cortile, o nel cortile, di casa propria.

Dai quanti alle galassie è tutto un sistema di relazioni, di specchi che si riflettono uno nell’altro, e non esistono sostanze isolate e completamente autonome. Noi, come specie, non facciamo eccezione.
Le relazioni positive e multiformi sono quelle che contano per la costruzione di nuove comunità, aperte e accoglienti, di nuovi piccoli welfare di comunità, con lo spirito di non lasciare indietro nessunə, di non tollerare che ci siano ultimə e primə.

di Daniele Molteni
Foto di Davide Bordogna

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Laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee e in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Milano. Dal 2018 scrive per La Beula, e in passato lo ha fatto per alcune ONLUS specializzate in diritti umani e politica internazionale. Appassionato di cinema e libri, saggistica e reportage in particolare, Daniele Molteni nasce a Erba nel 1994 e da allora ha vissuto tra Albavilla e Alzate Brianza, sempre in provincia di Como. In un altro spazio-tempo è globe-trotter, agente dei servizi segreti e cantante.
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