Profano – Open Studio

Profano è uno di quei posti che ci metti un po’ a trovarlo: è accanto ad un’attività commerciale che vende vernici e strumenti tecnici per fare cose di cui, sinceramente, non ho idea. In via Benzi 5 a Como si apre un cortile in cui ci sono furgoni e magazzini per cui pensi: “Non avrò mica sbagliato giorno?”.

Ho appuntamento con Giulia Guanella, la direttrice editoriale de La Beula, che mi accompagnerà nell’intervista allə tre protagonistə di Profano: Marta Di Donna, Luca Gandola e Dario Luzzani.

Questo studio condiviso è stato inaugurato il 30 giugno scorso. Dopo aver varcato il cortile di cui sopra, si entra in uno spazio che quasi ti fa dimenticare di essere a due passi dal centralissimo viale Varese. Mi ritrovo in un open space soppalcato, con le pareti agghindate dai quadri. Al centro della stanza un tavolone rotondo su cui ci sono piante, sketch, barattoli di colore, matite, volantini e appunti. In studio ci sono anche delle ditto machine, dei torchietti a braccio. C’è fermento nell’aria, poi io impazzisco per gli studi d’arte: da curatrice trovo sia molto edificante assistere al processo creativo. C’è da essere grati quando aprono – letteralmente – la porta a quello che è il loro “mondo”. Nel mio giretto ispettivo, sorseggiando il tè offerto da Luca, mi metto ad osservare le opere. Non aspettiamo Dario, che è a casa positivo al Covid, ma grazie ai potenti mezzi tecnologici, lui potrà partecipare comunque.

Subito mi sorge spontaneo chiedere loro come mai abbiano scelto questo nome. Luca prende parola: «Profano perché noi vogliamo metterci in antitesi rispetto al modello di arte contemporanea cui siamo abituati. Profano ha la precisa missione di mostrare il mestiere dell’artista, per osservare il processo creativo senza intermediazione». Da classicista voltiana, nella mie mente tornano vivide le lezioni di latino: profano deriva da pro- (davanti) e fanum (tempio), luogo sacro»; quindi propriamente “ciò che sta fuori del sacro recinto”. In effetti, chi fruisce dell’arte contemporanea sa bene come siano gli ambienti espositivi: white cube asettici, dove si vede il risultato finale, l’opera, con modalità fin troppo impostate, cristallizzate. Osservare le opere qui, a Profano, è un’esperienza totalmente diversa, agli antipodi. Chi entra nello studio può vedere da vicino le matrici delle incisioni, i bozzetti, assistere alla realizzazione dell’opera.

«Lo scollamento tra il pubblico generico e l’arte contemporanea è sempre più evidente, non c’è valorizzazione da parte delle istituzioni, open studio è creare uno spazio in cui si è liberi di esprimersi» continua Luca, e a me viene in mente la tesi che ho redatto per la triennale a Brera: perché il pubblico non specialista è così distante all’arte contemporanea? Cosa rende inaccessibile la fruizione delle opere?

Profano è uno studio d’architettura, ad uso di artistə finché non verrà affittato. La collaborazione tra Marta, Luca e Dario è molto recente: a fine aprile, in occasione della mostra personale Cose di quartiere di Luca Gandola, Marta lo incontra. «Non era pianificato, è avvenuto tutto in maniera molto naturale» mi spiega Luca «io e Dario invece ci conosciamo da 10 anni». Interviene Dario spiegando che non c’è stato alcun pregresso: dopo aver fatto conoscenza reciproca, hanno deciso di condividere lo spazio di lavoro. Piano piano, ognuno di loro porta a Profano ciò che può servire.

Nello studio avviene la parte di finalizzazione: «Stare con altri artisti permette il contatto, lo scambio e il confronto» interviene Marta «a me è servito moltissimo cambiare posto, avevo un blocco creativo. Grazie alla libertà di movimento che ci siamo dati qui, ora è tutto molto meglio».
Luca aggiunge che la condivisione con altre persone, a fine lavoro, permette di osservare il risultato da punti di vista differenti, di leggere la “sostanza”. Piccola digressione etimologica: substantia deriva dal verbo substare (stare sotto).

È ora il momento di capire quali siano le fonti di ispirazione, sono curiosa di sapere.

Per Luca, le leggende e le storie del territorio fungono da base di partenza per creare quadri figurativi in cui miti e storia si fondono. Le streghe di Rovenna diventano le Moire, il contrabbandiere che ha lottato contro un orso è Ercole, Santa Teresa Saffo. Il lago di Como e la Grecia sono lo stesso posto. Gandola unisce, con ironia, scene e racconti mitici che ricorrono nelle diverse culture a latitudini.

Dario, che ritrae figure storiche, come Giulio Cesare, attinge dalle espressioni dialettali per creare un microcosmo denso di simbolismi. Il quadro con il console romano, che secondo alcune fonti avrebbe fondato Novum Comum, risale al 2020 e vuole essere un invito alla politica affinché non sia guidata dall’istinto. Per leggere le opere di Dario occorre andare oltre il “detto”.

Marta ha sviluppato un interesse per il territorio di Como negli ultimi due anni. Case distrutte, pareti pericolanti, tetti sfondati da alberi sono i soggetti delle sue opere. «È una casa senza senso, dove convivono uomo e natura, quello che mi interessa è indagare sull’impronta artificiale nello spazio naturale. Il rapporto che si crea tra uomo e la città, l’impronta umana che prima c’era e ora non esiste più». I ruderi sono “profani” perché il mondo vegetale irrompe nello spazio umano, prendendone possesso.

La chiacchierata volge al termine e la naturalezza nei modi dellə tre artistə mi fa venire in mente quest’immagine: nel cortile dove abita mia madre, nella “campagna” di Bulgorello, ogni anno spuntano tra gli autobloccanti delle violette. Fin da quando ero piccola, mi chiedevo come fosse possibile: non c’è terra, non vengono irrigate, eppure dei timidi ma forti fiorellini crescono tra dei mattoni in calcestruzzo. Ecco, credo che Profano abbia la stessa autenticità.

di Ester Bulgarini
foto di Marta Di Donna e Lucie Charlier Esclapez

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