S. Martino, Rebbio, Como

È inizio settembre 2020 quando decido di visitare la parrocchia di Don Giusto Della Valle a Rebbio, per raccontare il suo impegno nella solidarietà verso migranti stranieri e cittadini italiani in difficoltà. Una solidarietà espressa tramite l’aiuto di volontari e attraverso la prima accoglienza, pasti caldi, posti letto e varie attività correlate.

A vedere Rebbio, girando per le vie in automobile, ci si accorge subito di stare in un classico luogo di periferia. Una periferia con i suoi edifici grigi e decadenti – quasi romantici – che a pensarci bene fanno da perfetto contraltare alle lussuose ville e ai meravigliosi panorami del Lago di Como. Una periferia all’apparenza anonima, di quelle che sembrano non doversi preoccupare e occupare delle grandi questioni storiche e sociali, della Storia con la esse maiuscola, ma dalle quali, invece, viene anch’essa inevitabilmente toccata. Ho deciso infatti di raccontare una realtà periferica intrecciata a quello che accade non solo al di fuori di Como, ma oltre i confini italiani ed europei. Questa è la storia di Don Giusto Della Valle, della parrocchia di Rebbio e della comunità che la vive, ma non solo la loro. È uno spaccato della condizione di alcuni fra i “dannati della terra”, per riprendere l’espressione di Frantz Fanon, di una finestra di realtà dove le persone cercano di rendere più lieve per altre vivere in un limbo.

In una giornata grigia con un cielo plumbeo e coperto di nuvole, il mio primo incontro è con Marilù, una delle volontarie. Mi accoglie, consapevole del mio arrivo e dell’intervista, e mi invita ad accomodarci appena fuori un salone di un edificio parrocchiale, che poco dopo scopro essere sala da pranzo, cucina e bar. Lei si accende una sigaretta e mi incalza: «Insomma, cosa vuoi sapere?».

Parto dalle basi, voglio conoscere la realtà del luogo in cui mi trovo, la sua anatomia e i collegamenti fra i suoi organi che rendono funzionante il meccanismo d’accoglienza; riguardo la genesi del progetto decido che farò domande più in là. In buona sostanza, le chiedo qual è lo scopo di Don Giusto e dei volontari, quali sono le attività che propongono. «Allora, lo scopo primario, che arriva prima di tutto il resto, è quello di cercare di non fare dormire nessuno in strada, di offrire un tetto e un pasto caldo a chiunque ne abbia bisogno» mi risponde lei. «Inizialmente è partito tutto con l’aiuto ai minori, che tuttavia una volta diventati maggiorenni erano legalmente costretti a lasciare la struttura». Mi spiega che le attività per le persone accolte, già dal 2011, comprendono una scuola di italiano (offerta su contributo di alcuni volontari) l’accesso a corsi di formazione e tirocini e un laboratorio di sartoria.
Una volta trovata stabilità lavorativa c’è la possibilità di ottenere un anno di caparra di affitto. Sono prerequisiti legali necessari per passare dall’invisibilità allo status di persona. Per l’aspetto giuridico-legale la struttura si avvale di consulenti esterni che si occupano dei singoli casi e ne discutono con Don Giusto. «Per tutto questo» continua lei «la parrocchia si avvaleva anche del contributo statale, ma è fondamentale ora il contributo esterno: dei cittadini, della Caritas e, da qualche anno, di una fondazione svizzera». Tutto è offerto in media per un periodo di due anni, considerato da Don Giusto e dai volontari un arco di tempo ragionevole per riuscire a immettersi, per chi ne ha volontà, in un sistema spesso così diverso da quello del paese di provenienza, imparando una nuova lingua e integrandosi poi nel tessuto urbano – cosa spesso possibile soltanto attraverso il possesso di un lavoro e una residenza. Un percorso di frequente agevolato anche da persone che “ce l’hanno fatta”, famiglie che aiutano altre famiglie.

L’incontro con “l’altro” spesso è complicato e serve l’impegno di tutti, sia dal basso che dall’alto. «La gestione non è sempre facile, ci sono persone che aiutano nell’accoglienza e altre che soffrono la situazione» risponde Marilù alla mia domanda su come la comunità ha reagito alla presenza degli ospiti in parrocchia. Tutti sono consapevoli delle difficoltà di far convivere due anime separate e del fatto che l’autogestione, la volontà di mantenere un’autonomia senza forzare l’integrazione, può alienare le simpatie locali e alimentare quella divisione. Insomma, penso, la città vive il rapporto con la diversità in modo un po’ “provinciale” e difficilmente riesce a inglobare la vita di periferia, e questo non accade certo solo qui.
La nostra conversazione prosegue con il suo racconto, piuttosto commosso, delle vicende di un gruppo cospicuo di ragazze nigeriane passate di là, vittime della tratta di sfruttamento della prostituzione, con enormi difficoltà a uscire da un ricatto che è frutto di un incontro tra “altri” più privilegiato del loro: quello tra mafia nigeriana e mafia italiana. Ragazze che a volte riescono nel percorso d’integrazione, altre volte no, arrivate da un paese ricco di petrolio ma che non riesce, per mille motivi, nella redistribuzione delle rendite, e che può essere citato a esempio della fragilità e delle contraddizioni che vivono molti paesi africani. Un mondo fatto di realtà variegate e mutevoli, troppo spesso derubricato sotto categorie frutto di luoghi comuni e cliché.

Si fanno le sette e mezza di sera, per loro è ora di cena. Io resto in attesa, non sapendo se avrò la possibilità di parlare con Don Giusto. Poi lo vedo avvicinarsi, mi invita a mangiare con loro e sul momento rimango spiazzato – stiamo pur sempre vivendo una pandemia e anche se è settembre e la situazione è tranquilla, la circospezione e la prudenza è necessaria perché sono di fatto un “estraneo” qui. Decido di accettare l’invito, capendo al volo quanto sia importante la convivialità e la condivisone per lui. Prima di cena c’è un momento di raccoglimento e di preghiera, in cui Don Giusto prende la parola e fa presentare i nuovi arrivati. È un momento molto intimo, a cui mi viene chiesto di partecipare prendendo la parola e dicendo perché sono lì, per rompere il ghiaccio e rendermi partecipe.
Finito di mangiare, Don Giusto si avvicina e mi dice che purtroppo deve assentarsi per celebrare una messa per un defunto e mi consiglia di parlare con altri volontari. Prima di avvicinarmi a una di loro, guardandomi attorno noto che oltre ai volontari, gli ospiti si danno un gran da fare, servono i pasti, sparecchiano, fanno il caffè e puliscono i tavoli in un’atmosfera che trasmette serenità.

È parlando con Adele che ho la conferma di quanto sia importante questo tipo di autogestione per Don Giusto. Autogestione che ha l’obiettivo di aiutare tutti a mantenere la propria identità e le proprie radici, dove la figura del volontario e dell’educatore non è invadente ma una sorta di blanda guida. Ovviamente questo ha anche i suoi lati negativi, poiché a volte la mancanza di organizzazione, dice lei, può rendere più difficoltoso e lungo il processo di integrazione.
«L’inserimento nel territorio manca per una questione di scontro tra diversità culturali, che necessita di una messa in discussione di tutti i pregiudizi» racconta Adele, che mi parla della sua esperienza di bambina calabrese trasferitasi con la sua famiglia nel Nord Italia, e di come inizialmente fossero discriminati per le loro origini: «Beh, la differenza sostanziale è che comunque noi condividevamo una stessa lingua, eravamo tutti italiani e quindi è stato più facile» mi dice. «Mio padre per un periodo si è anche occupato di far entrare persone, straniere e senza permesso di soggiorno, dall’Italia alla Svizzera, visto che lavorava lì» confessa. Dinamiche che si ripetono sempre. Inevitabile, penso.
Finita la nostra conversazione mi accorgo che la sala da pranzo si è svuotata, è iniziato il corso di italiano. Intanto vedo arrivare dei ragazzi che trasportano generi alimentari, principalmente frutta, verdura e pasta. Saranno destinati alle famiglie più bisognose della zona, mi dicono. Tolgo il disturbo con la promessa di tornare a trovarli.

Don Giusto della Valle

Passato qualche giorno, e cresciuta in me la voglia di conoscere di più di questa curiosa enclave di Rebbio, telefono a Don Giusto che mi dà appuntamento in parrocchia per il giorno dopo, all’ora di pranzo. Appena arrivato vengo invitato, nuovamente, a sedermi a mangiare insieme agli altri. Assisto a un altro momento di convivialità: una preghiera, in lingua straniera, che per il mio orecchio non allenato poteva essere cristiana quanto musulmana.
Alla fine del pranzo, raggiungo Don Giusto nel cortile davanti al suo ufficio, a ridosso di un giardino pieno di panni stesi e di galline allegre in libertà. È un uomo molto impegnato, Don Giusto, piuttosto schivo, dai modi e dal volto un po’ ruvidi, ma dai quali emana una certa umiltà, che emerge anche dalle prime parole di risposta alla mia richiesta di raccontarmi della parrocchia di Rebbio e del suo trascorso personale: «Va bene, va bene. Questa però è la mia storia personale, il mio punto di vista, eh! Senti anche gli altri, gli altri volontari, perché è importante il parere di tutti». Così inizia a raccontare la sua storia, mentre io mentalmente la provo a collegare agli eventi storici che hanno provocato il suo incontro con “l’altro”.

È il 1985 quando prende i voti e diventa prete nella parrocchia di Albate. La parrocchia di Albate, mi dice, inizia l’accoglienza nel 1986-87. Nel 1989 arrivano profughi libanesi a Como e la città li accoglie. Scappano dal lungo conflitto che ha travolto la loro terra, covando la speranza di raggiungere la Confederazione Elvetica che invece li respinge e sfortunatamente per loro l’Italia, dal canto suo, concede lo status di rifugiato solo a chi fugge da regimi dittatoriali e non da guerre civili – come conferma la stampa dell’epoca che ho rispolverato dopo il nostro incontro, e in particolare un articolo d’archivio di Repubblica, datato 28 settembre 1989. In Libano si combatte una guerra civile settaria tra musulmani e cristiani già dagli anni 70 del secolo scorso, innescata soprattutto dalle dinamiche collaterali del conflitto arabo-israeliano ed esacerbata dall’intervento di altri stati e da questioni geopolitiche, guerra dalla quale queste persone sono state costrette a fuggire verso un futuro incerto, reso ancora più incerto dalle complicazioni burocratiche appena accennate.
Dopo l’esperienza ad Albate Don Giusto si trasferisce a Livigno, dove prosegue con l’accoglienza di cittadini libanesi, ma anche kosovari vittime della polveriera balcanica, che dall’inizio degli anni 90 è preda del caos e ha portato a una vera e propria guerra in Kosovo nei primi anni 2000. È solo nel 2011 che, infine, arriva a Rebbio (dopo aver trascorso un periodo come missionario in Camerun) e insieme alla Caritas decide di mettere a disposizione la struttura della parrocchia.

Intanto, dall’altra parte del Mediterraneo, il 17 dicembre del 2010 Mohamed Bouazizi, fruttivendolo tunisino in una piccola cittadina, decide di immolarsi dandosi fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della propria merce, e il suo gesto contribuisce a innescare una concatenazione di eventi che prenderà il nome di primavere arabe, che sconvolge diversi paesi i cui cittadini chiedono più libertà civili e politiche. Per farla breve, nel Nord Africa è emergenza: l’instabilità politica e il risentimento portano alla rivoluzione, alla destituzione di Gheddafi in Libia e alla nascita di una sorta di terra nullius. Rebbio è disposta all’accoglienza, ma di chi? Le persone che scappano dal caos libico, mi racconta Don Giusto, appartengono a tutte le classi sociali, sono profughi di guerra che rappresentano un mondo distrutto: operai, medici, ingegneri, professori, contadini, pastori. Tutti diversi ma accomunati dall’impossibilità di continuare a condurre la propria vita in un posto che considerano casa e che gli possa offrire servizi e diritti basilari.
La Libia, a pochi chilometri dall’Italia, non è solo un teatro di guerra, e non proprio terra nullius come si è detto,ma è alla mercé del fondamentalismo islamico militante, dei signori della guerra e di interessi geopolitici. È anche il luogo di transito infausto ma più veloce per chi proviene da aree limitrofe: uno stato fallito che aggrega persone che migrano da altri paesi dell’Africa in cerca di un futuro in quell’Europa che pensano stabile e affidabile, dal volto umano. Cittadini somali, eritrei, maliani, ma anche yemeniti, afghani e pakistani.
In alcuni di questi paesi non c’è la guerra, per la nostra concezione di “guerra”, concezione che dovremmo rivalutare, perché una guerra ormai non è più come la immaginiamo, fatta di eserciti regolari che si scontrano. La guerra oggi è fatta di conflitti meno eclatanti, di scontri che coinvolgono sempre più civili, di guerriglia e attentati, di criminalità organizzata, divisioni settarie ed etnico-religiose, persecuzioni sistematiche dalla portata difficile a misurarsi. A questo si aggiunge il difficile accesso all’acqua per la popolazione, il land grabbing e altri fenomeni causati dal cambiamento climatico. Fattori che causano povertà estrema, che portano i cosiddetti “migranti economici” a sognare il “nostro” Occidente – una terra promessa mai assicurata e mai promessa – a imbattersi nel rischio mortale del deserto, del mare e delle prigioni, con il pericolo di essere rapiti o venduti come schiavi.
Lasciano la loro casa – la casa dove molti stanno con insofferenza in tempi di lockdown – a favore dell’incertezza di un avvenire auspicabilmente fatto di condizioni migliori; come quello cercato da Sohail, che mi ha raccontato di aver attraversato dal Pakistan una trentina di paesi prima di raggiungere l’Italia e di trovare un posto dove fermarsi, che ora può chiamare casa, come mi ha voluto dimostrare intonando l’inno di Mameli con simpatico trasporto e puntuale esecuzione.

Durante la nostra conversazione, Don Giusto mi parla delle strutture indicandomi i dormitori divisi per genere ed età. Poi finiamo a parlare dell’emergenza del 2016, quando circa cinquecento persone sono rimaste bloccate alla stazione di Como S. Giovanni. Quel periodo, a differenza di quello cosiddetto “libico”, ha visto principalmente ragazzi molto giovani arrivare in Italia, molti dei quali minori, passati da lì «a più di migliaia, che poi una volta maggiorenni non vengono più aiutati e spesso scappano anche grazie ai cosiddetti “passatori”, verso la Svizzera e la Germania» racconta Don Giusto. Giovani ai quali, a prescindere dalla volontà di aiutarli, spesso non si può impedire di inseguire un’alternativa alle volte illegale all’invisibilità, o comunque di cercarla altrove.
Inevitabilmente ci troviamo a parlare del problema dell’esternalizzazione del controllo delle frontiere, quell’insieme di azioni volte a impedire che migranti e richiedenti asilo possano entrare nel territorio di uno stato per usufruire delle sue garanzie, o semplicemente a ostacolarli. Un sistema ostaggio della paura di ciò che viene percepito come diverso, legittimato da una politica remissiva messa in campo ancora oggi e che Don Giusto definisce, per usare un eufemismo, poco lungimirante. Una situazione di impasse di difficile soluzione, che rende figure come la sua necessarie, al di là delle polemiche e delle posizioni.
Lo scopo è quello di coprire il vuoto lasciato dallo Stato e l’impossibilità – o la mancanza di volontà – dei comuni di agire direttamente in modo efficace. «Noi non siamo autorizzati ad accogliere minori, siamo autorizzati solo… non siamo autorizzati a fare niente» chiosa Don Giusto con una risata che non nasconde amarezza. «La realtà si impone sulla teoria e sulle parole» mi dice «sulle incoerenze delle procedure burocratiche». Bertolt Brecht, con fortunata sintesi, ha detto: «quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere». Questa è la resistenza di un prete di periferia, il suo atto di disobbedienza civile, necessario per garantire dignità a tutte le persone indipendentemente dal luogo di provenienza, dalla cittadinanza, dalla lingua, dalla cultura o dal colore della pelle.

Prima di andare via chiedo di poter visitare le strutture adibite all’accoglienza, le aule del corso di italiano, la cucina. Don Giusto chiede a un ragazzo di farmi da guida. Il suo nome è Mamadou, poco più che ventenne e originario del Mali, arrivato in Italia da poco. Mentre mi mostra il luogo in cui vive, a una mia domanda, ingenua, su quanto gli mancasse il suo paese e se pensa di tornarci un giorno, mi risponde che ha molti amici a Como e che il suo futuro lo vede in Italia. «Qui vicino stavo facendo anche un corso di falegnameria, ma adesso con il virus è più difficile, tutto è più complicato» mi dice. Mi soffermo a guardare dei murales raffiguranti diversi leader politici attivi durante il periodo della decolonizzazione e conseguente democratizzazione africana, alcuni a me noti e altri meno; dal lato opposto di questo muro noto rappresentazioni figure religiose importanti e sigle di organizzazioni che si occupano di solidarietà. Finito il nostro tour, saluto Mamadou, lo ringrazio per la disponibilità e mi dirigo verso casa.

Lasciata la parrocchia, sulla via di casa, mi rimane addosso la sensazione di una cresciuta consapevolezza riguardo a chi vive questo senso di precarietà, a cui si aggiunge anche un senso di amarezza al pensiero di quanta strada ci sia ancora da fare per superare non solo le discriminazioni e i pregiudizi, ma anche atteggiamenti paternalistici di cui spesso siamo meno consapevoli, anche nella buona volontà di mostrarci aperti ad accogliere ciò che consideriamo diverso da noi. In questa parrocchia di frontiera, ho trovato un luogo non privo di problematiche, certo, ma soprattutto un rifugio dove chi necessita di aiuto, quello primario, lo può trovare, che sia un tetto sopra la testa, del cibo, o delle attività da svolgere in condivisione; non da ultimo, un luogo dove convivono varie religioni, etnie e culture e che fa di questa varietà un punto di forza – come ho potuto constatare grazie al mio incontro con un ragazzo cingalese, che pur essendo buddhista mi ha confessato di amare l’atmosfera del Natale.

Mi tornano in mente le parole di Don Giusto: «La mia parola d’ordine è condivisione, per questo vedi diversi simboli religiosi su questo muro [il muro d’ingresso del cortile in cui abita, ndr]. La religione può, anzi, deve essere un fattore unificante, uno strumento di aggregazione e non di conflitto». La salvaguardia e il rispetto della diversità passa attraverso la conoscenza delle diversità, che devono essere tutelate affinché ci si possa sentire tutti parte di un mondo da poter condividere e valorizzare. Come ha ricordato Ryszard Kapuściński: «la cultura, anzi l’uomo stesso, si crea al contatto con gli altri».

di Daniele Molteni
fotografie di Marta di Donna

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Laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee e in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Milano. Dal 2018 scrive per La Beula, e in passato lo ha fatto per alcune ONLUS specializzate in diritti umani e politica internazionale. Appassionato di cinema e libri, saggistica e reportage in particolare, Daniele Molteni nasce a Erba nel 1994 e da allora ha vissuto tra Albavilla e Alzate Brianza, sempre in provincia di Como. In un altro spazio-tempo è globe-trotter, agente dei servizi segreti e cantante.
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