Spazio Bizzarro

C’è un posto a Casatenovo in cui apri un cancelletto, entri in un parco, cammini tra le piante per qualche centinaio di metri e non vedi nessuno finché ti appare: gigante e illuminato, rosso e bianco, un tendone da circo. Un miraggio totalmente fuori luogo, proprio lì, nel mezzo della Brianza.

Ho iniziato a frequentare Spazio Bizzarro per ritrovare movimento e fatica in qualcosa che avesse a che fare anche con l’arte; da sempre mi tengo lontana dalla competizione, ma il corpo dopo un po’ richiama e sento il bisogno di metterlo sotto pressione. Così il corso di discipline aeree ha subito catturato le mie aspettative, proiettandomi già nell’etere dei trapezisti. L’anno è particolare, e dopo tre lezioni appese al filo il circo si è spento.
Nei mesi di assenza, il tendone si è edificato nella mia testa come un luogo simbolico a cui ritornare, come il posto stregato della sospensione, un tempio anormale in cui la normalità è possibile. Così ho deciso di tornarci per farmi raccontare come è atterrato qui, da dove arriva e se un domani ripartirà.

Nicola mi fa sedere nel vagone della carovana, una sorta di roulotte in legno grande abbastanza per un tavolo, un divano-letto, una cucina, una dispensa e un cane. Non ho una lista di domande, gli chiedo di partire dall’inizio e lui risponde che l’inizio è la sua storia.

A fare circo si comincia per caso. A quindici anni hai due amici, tu sai far girare il diablo, uno tre palline, l’altro sa fare la verticale, così ci si ritrova al centro sociale a fare prove e nelle piazze a improvvisare. Poi il cerchio ti tira dentro o ti tiene fuori, finiscono gli anni delle panchine, solo qualcuno decide di prendersi cura del gioco. Nicola lavora e studia già come educatore quando entra alla scuola di circo contemporaneo di Torino, in cui il circo diventa casa, famiglia, amici, luogo per coltivare una voce fatta di gesti e movimenti. Nella prima estate, una tournée lo porta in giro per l’Europa con alcuni artisti australiani e uno di loro utilizza la roue Cyr, una circonferenza d’acciaio per girare e capovolgersi: in Italia questa ruota incantata non esiste ancora, e così gli insegnanti, ma Nicola la sceglie e la porta avanti fino alla fine del corso, cercando di apprendere dal fare, dai punti in comune, dal contagio con altre pratiche. Nascono degli spettacoli, si cerca di mettere insieme una compagnia, si parte per Berlino, Chambéry, Strasburgo; gli artisti si spostano continuamente, si incontrano in città diverse, formano gruppi a chilometri di distanza, percorrono strade congiunte in linea d’aria.

Intuisco di essere nel campo semantico della contaminazione e immagino la roue Cyr rotolare tra le case, prendere pezzi da aggiungere al contorno, lasciarne indietro altri e andare. Tra le cose perse, per Nicola e Cecilia (sua moglie, circense, cantante e insegnante di yoga) c’è il progetto di una compagnia in Francia, sfumato a causa di un imprevisto; da qui la decisione di tornare in Italia. Tornare, però, per rispondere a una mancanza: in un periodo in cui la sfera circense lamenta l’assenza di scuole, iniziative, festival, del fermento vivace delle città, portare la motivazione a costruire un’alternativa.

Chiara, Nicola e Cecilia

Un giorno Nicola compra un tendone, rispondendo a un annuncio e raggiungendo Bordeaux. «C’era questo tizio – mi racconta – che aveva un circo tradizionale francese di animali di piccola taglia. Quando siamo arrivati io non ne avevo idea, ci ritroviamo lì con il mini-koala, la capretta nana, il pony, le baby galline, i barboncini, tutti animali minuscoli e nel tendone faceva gli spettacoli, non so cosa facesse, boh. Comunque sono tornato indietro e ho pensato: mo cosa me ne faccio di un tendone?».

Un vero e proprio progetto non c’era ma era salda la consapevolezza di voler impiantare nel terreno brianzolo la vitalità di pensiero conosciuta altrove, di rinascere nel proprio paese per sentirsi veramente a casa. Spazio Bizzarro viene al mondo con l’idea di essere prima di tutto uno spazio culturale, dove poter fare circo ma anche un concerto, un teatro, una danza, un luogo ibrido delle arti e – soprattutto – delle persone.

La pianta non ha risposto subito all’innesto, i piccoli comuni non hanno saputo dare fiducia, pensavano ai leoni e alle giraffe, parlavano un linguaggio differente. Il circo evoca un immaginario di incoerenze, incertezze e contrasti, spaventando il rigore e la razionalità della provincia, tanto che nessuno era disposto a fargli spazio. Per contraddizione, il punto di svolta è stato un atto vandalico, l’incendio di un magazzino comunale che ha lasciato un vuoto e risvegliato le coscienze istituzionali, riportando gli sguardi sul parco Vivo di Casatenovo: il tendone, che è stato montato lì, ha assunto così un valore di riscatto. Seduta nella carovana, stento a credere che una circostanza così fluida sia stata partorita da un tentativo di controllo; dalla finestra alle mie spalle mi pare quasi di vedere gli acrobati danzare nell’aria e piroettare sopra le teste incredule della giunta comunale.

«Di fatto la Brianza ci ha accolto malissimo» continua Nicola. Sono stati anni di lotta, all’inizio c’erano solo tre attrezzi, due divani e un grande vuoto intorno; vicino al parco si respirava la diffidenza, non si era creata troppa sorpresa né aspettativa, ma un’aura di “lì vicino c’è un ospedale, chissà che casino fate, figurati se iscrivo i miei figli a un corso di circo, ma ‘spaziobizzarro’ che nome è”.

Da una parte sento le bocche masticare queste frasi, dall’altra penso che la stessa Brianza, in fondo, seppur malissimo, ha accolto: probabilmente sghemba, cercando di inquadrare l’inquadrabile, si è comunque allargata a ritagliare un prato alla piazza del circo. Nel tempo, gli spettatori hanno oltrepassato la soglia entrando a far parte del gioco e quello spazio bizzarro si è rivelato un bisogno da riempire; nel meccanismo delle pretese adulte e della crescita programmata dalle aspettative degli altri, che spesso questo territorio porta con sé, il tendone si è spalancato ai custodi delle alternative possibili. Così, per trovare un orizzonte più largo, sono arrivati i cercatori di irrazionalità, stranezza, disabitudine, poi sono arrivati anche i curiosi, gli scettici, le famiglie. Oggi si contano migliaia di passaggi all’anno, tutti autoalimentati dal passaparola o dalle esperienze messe in comune.

Mi viene in mente l’espressione “rivoluzione silenziosa” che ho letto da qualche parte e uso ogni tanto per parlare di cosa, secondo me, bisogna fare con i bambini. In realtà, fin dalla mia prima volta qui ho avvertito una comunanza con la sfera dell’infanzia: l’arte che si muove qui dentro ha la stessa leggerezza e lo stesso mistero.

Tra gli insegnanti, ognuno ha la sua grazia scolpita di levità e forza: Betta si sposta sui nastri come un animale tra i rami, scaltra, come fosse parte della sua natura; Gianluca – che ho incontrato una volta sola – ha qualcosa di primitivo nelle braccia e nel corpo, riesce a essere leggiadro e pesantissimo allo stesso tempo. Io stessa nelle prime lezioni ho sbattuto contro uno sforzo che non mi aspettavo e l’inconsapevolezza dei miei gesti mi ha spiazzata; mettere in mostra il mio corpo appeso, cercare di comunicarlo agli altri, ha fatto scattare qualcosa di simile a una ricerca di delicatezza.

Chi arriva qui, in un modo o nell’altro, ci arriva perché si muove e più ti muovi – tra luoghi, discipline, pensieri – più sei bravo. Per questo è difficile trovare persone capaci di trovare un equilibrio tra i movimenti continui della vita di spettacolo e le responsabilità di un luogo come Spazio Bizzarro. Per insegnare serve una doppia sensibilità, educativa e artistica, oltre al tempo per dedicarsi a entrambi i fronti senza riserve. La scelta di stare fermi in un punto, che per tanti è d’arrivo, taglia le gambe a chi vuole fare l’artista e non riesce a trovare gli stimoli di cui ha bisogno sempre nello stesso posto. Il progetto di Nicola e Cecilia invece ha l’ambizione di fare del tendone di Casatenovo un centro aggregatore, dove importare esibizioni, testimonianze trasversali, modelli di respiro internazionale; anziché proiettarsi verso l’esterno in cerca della contaminazione, farla propria e praticarla dentro casa.

A questo punto tiro fuori dalla borsa il silent book La notte del circo, non so esattamente perché l’ho portato – spiego – ma credo abbia un legame forte con questa storia. Sfoglio: una bambina assonnata si lascia trascinare da un cagnolino fuori dalla finestra, è notte, c’è un tendone enorme, lei diventa parte del circo e può essere acrobata, clown, domatrice, prima di tornare a casa in un finale che lascia il dubbio del sogno. Mi sembra quasi strano trattenere questo pezzo di silenzio dentro un’intervista, eppure il libro apre uno spiraglio prezioso.

«È proprio questo che conta – dice Nicola – alla fine il circo è un po’ una scusa. È uno strumento che ti permette di fare cose senza senso con un senso, è quello che io ho sempre cercato e alla fine anche chi viene qua. Abbiamo fatto viaggiare per l’Europa una discoteca di dodici metri con tanto di DJ, shottini e buttafuori, messo una sedia in cima a un palo della luce (che quasi m’ammazzavo…), appeso bambini ai fili da far volare in alto. L’estate scorsa ho costruito una zattera, ci ho caricato un motore e una poltrona e sono andato in giro per i laghi, gli amici non capivano; ora sto progettando uno spettacolo galleggiante per parlare di Covid ed è nato tutto da una cazzata. Sto imparando a lavorare il legno. Se ci credi puoi fare ogni cosa, puoi darci una forma».

Ritorno alle forme che mi hanno portata a questo momento – la forma del mio corpo, la forma delle relazioni, la forma dell’aria, dei nastri e del trapezio, la forma dell’ascolto, la forma dell’intervista, la forma del libro e della scrittura – e al fatto che, senza premeditazione, tra loro hanno trovato un collegamento. Anche per Chiara, che si occupa della segreteria e con cui ho scambiato quattro chiacchiere, imparare a raccogliere i legami inaspettati è stata una scoperta: ha iniziato un corso serale di giocoleria e, dopo anni in azienda, si è ritrovata in mano un nuovo mestiere da costruire e inventare da zero.

Nel perimetro del circo il processo creativo si fa attrazione principale, guidato dal caso e al di là degli esiti: così ciò che dall’esterno pare destabilizzante, assurdo, sopra le righe, all’interno trova legittimazione e – soprattutto – quotidianità, in un esercizio di leggerezza praticato con costanza. Giorno dopo giorno, come la roue Cyr, Spazio Bizzarro gira suggerendoci una prospettiva circolare; mi allontano promettendomi di tenermela stretta.

C’è un posto a Casatenovo in cui cammini tra le piante per qualche centinaio di metri, esci da un parco, chiudi un cancelletto e poi scompare.

Ornella

di Silvia Biffi
fotografie di Riccardo Pontiggia

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Silvia Biffi nasce a Lissone, ha già cambiato cinque case ma non si è mai spostata più di tanto: i cambiamenti continuano a spaventarla. Da poco ha una laurea in editoria, da molto vive circondata da albi illustrati. Lavora nel sociale, registrando podcast e tornando a scuola, di tanto in tanto. In un'altra vita, violinista o pino marittimo.
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