Che è sta casa?

Qualche mese fa mi trovavo ad una fiera di libri famosa, di cui non farò il nome per non sviare l’attenzione, precisamente nella sezione “bambini”, la mia preferita quando ho voglia di vedere belle illustrazioni. Qui ho scoperto Il libro delle case straordinarie. In ogni suo capitolo si trova raffigurata una casa inventata diversa, ciascuna con particolari abitanti. Ci sono, per esempio, la ragazza della città sommersa, la dimora dell’astronomo pessimista, o il giovane uomo della stazione abbandonata. I disegni sono pieni di dettagli, di oggetti della loro vita quotidiana, che creano così caratteri e atmosfere.

Non penso che le nostre case possano parlare per noi, però sono mura con cui per forza di cose interagiamo. Compriamo oggetti, ne scegliamo il colore, li puliamo, li utilizziamo, li rompiamo e a volte li sostituiamo, altre no; dipingiamo pareti, oppure le macchiamo con il sugo o con l’inchiostro. Cerchiamo di rendere la nostra casa accogliente quando abbiamo ospiti, secondo il nostro personale concetto di accoglienza. Uno stesso luogo può assumere mutevoli forme, cambiare drasticamente la sua atmosfera, assecondando le indoli delle persone che lo abitano. In alcune case, poi, ci sono degli elementi così peculiari che non si osa modificarli, per non alterarne l’eccentrica personalità – o perché allə proprietariə non conviene ristrutturare decadenti alloggi per studentə – come la vecchia carta da parati celeste del corridoio nella casa in cui ho vissuto a Torino, o come quella, ancora più eccentrica, che ho scoperto a Cantù, in un edificio che viene chiamato Castello Bello.

Si tratta di un’esperienza di social housing quasi unica sul territorio. Ma, come recita un foglio appeso sulla porta della cucina di questo posto, “che è sta casa?”, o meglio, che è sto social housing? Senza andare a scartabellare articoli di sociologia, mi sono affidata alla buona vecchia Wikipedia, che, riassumendo, ci dice che si tratta di una soluzione abitativa per chi ha un reddito troppo basso per permettersi una casa, ma troppo alto per rientrare nei criteri di assegnazione delle case popolari. Sono quindi edifici accessibili a prezzi calmierati, dove alle spalle è il valore della condivisione, per cui ampio spazio è dedicato alla socialità e al reciproco scambio.

Como Accoglie, ad esempio, è un’associazione che è riuscita a farsi spazio tra mille difficoltà burocratiche per comprare un appartamento in via Bellinzona, riservato soprattutto a ragazzə migranti. Da inizio anno [2022 N.d.R.] si sono insediati i suoi primi ospiti, tre ragazzi di diverse provenienze. Anche Fondazione Scalabrini si occupa del tema abitativo, dedicandosi prevalentemente a nuclei famigliari in difficoltà. Infine, a Cantù esiste GAP, Associazione Gruppo APpartamento, di cui fa parte appunto Castello Bello. Dopo aver visto sui social le foto, ed essere state incuriosite dalla sopra citata carta da parati anni ’60, io e Marta abbiamo preso contatti con i suoi inquilini, che ci hanno invitate nella loro casa, per raccontare con parole e immagini questa realtà.

A dicembre, in una sera piena di umidità, ci siamo ritrovate a cercare il numero 53 di una strada della periferia canturina, senza ben sapere cosa aspettarci. L’ingresso è un po’ incassato rispetto alla via, ma la casa è più alta di quelle circostanti, quindi l’abbiamo riconosciuta facilmente. Salita l’ampia rampa di scale e superata la pesante porta di legno, la prima cosa che salta all’occhio è una parete stretta, ricoperta dal disegno di fiori gialli e verdi, a loro volta in parte nascosti dall’arzigogolata cornice in legno di uno specchio. Questa parete eccentrica nasconde una grande sala, un lungo tavolo e le sue sedie dallo schienale alto e imbottito. Una casa degli anni del boom economico, in cui ogni angolo assume una diversa sfumatura di ocra.

Intorno al rotondo tavolo della cucina, iniziamo a conoscere gli abitanti del Castello Bello. C’è chi ha conosciuto la casa perché ci è finito quasi per caso ad una festa, chi è stato indirizzato dai servizi sociali o da educatorə di riferimento, chi invece voleva uscire dalla casa d’origine ma faticava a trovare soluzioni abitative abbordabili. Sidibe ci parla a lungo di come sia stato attratto dalla possibilità di allargare la sua cerchia, prima limitata alla comunità guineana, di cui fa parte. È uscito dalla sua zona di comfort ed è riuscito a crearne una da sé, unendo vecchie e nuove amicizie.

Parliamo di regole, di ruoli, o meglio di non-ruoli, di crescita, di rapporti e di come si sviluppano all’interno delle mura domestiche. Valerio aveva già vissuto in precedenza da solo, in una casa grande, troppo vuota. Non ama questo tipo di abitazioni, soprattutto se ci si vive in poche persone, perché se ci si arrabbia, è pieno di stanze in cui isolarsi. Dice che spazi troppo ampi permettono di non incontrarsi, di chiudersi nelle proprie incomprensioni. «Un luogo ristretto obbliga al confronto, magari si grida, ma da questo può nascere poi un dialogo». Sidibe ride. Momo pensa che vivere al Castello Bello gli abbia permesso di crescere, poi millanta la sua pizza fatta in casa. Sidibe ride. Ricordano poi quando sono stati costretti a segregarsi in camera per il Covid, e di come Momo, unico negativo al tampone, lasciasse paste al tonno fuori dalle porte degli altri. Sidibe ci parla del suo lavoro, della faticosa ricerca, e di come Martino (lo indica, ride) sia stato di grande aiuto, accompagnandolo ai colloqui e valutando insieme a lui l’atmosfera del luogo di lavoro, che più volte si è dimostrata ostile, fino a trovare il posto giusto. Crescita, diceva prima Momo. Abituato a relazionarsi con le figure educative della comunità per minori, arrivando al Castello Bello ha potuto confrontarsi con persone della sua età, che non si rivolgevano a lui sulla base di un ruolo sociale, ma semplicemente perché suoi coinquilini.

Si potrebbe poi parlare delle effettive regole di convivenza che vigono in questo luogo, ma non ci sarebbe molto da aggiungere rispetto a quello che avviene in qualsiasi altra casa in cui persone diverse vivono insieme. Turni per le pulizie, suddivisione della spesa, rispetto degli spazi reciproci. Le richieste da parte di GAP, l’associazione, riguardano prevalentemente la socialità, per esempio fare una cena comune una volta a settimana. Martino, però, lo dice chiaramente: la sua aspettativa, poi piacevolmente disattesa, quando ha deciso di unirsi agli inquilini di questa casa, era quella di entrare a far parte di un progetto. Quello che in realtà è successo, è stato l’instaurarsi di dinamiche di aiuto reciproco per cui accompagnare Sidibe ai colloqui di lavoro, o mangiare tutti insieme la pizza di Momo, costituiscono il naturale andamento delle loro relazioni.

Quella sera non sapevo ancora nulla di GAP. Ho scoperto alcune informazioni solo qualche giorno più tardi, intervistando Ester, una ragazza che ha vissuto nella stessa casa, ed è diventata volontaria dell’associazione.

GAP gestisce diverse soluzioni abitative tra Cantù, Arosio e Mariano Comense. Una è dedicata a nuclei famigliari, un’altra a uomini soli, altre ancora a uomini in fase di reinserimento lavorativo. La maggior parte di questi edifici sono di proprietà del comune, alcuni sono luoghi confiscati alle mafie. Il gruppo nasce informalmente negli anni ’80, tramite la cooperativa In Cammino, che si poneva (e si pone) come scopo la partecipazione a livello lavorativo dei propri soci, e quindi la loro autogestione responsabile su questo versante, ma che aveva riscontrato l’esigenza di allargare i suoi interventi anche alla questione abitativa. Chi si rivolgeva alla cooperativa non solo aveva bisogno di un lavoro, ma spesso anche di una casa.

Il gruppo diventa poi associazione nel 2005, ma la sua gestione continua ad essere frutto dell’impegno di volontariə, fatta eccezione per due educatori, figura professionale introdotta da circa un anno. In questo panorama, volto al sostegno in situazioni di difficoltà, spesso economica ma non solo, nel 2017 si inserisce l’iniziativa di un gruppo che vuole creare opportunità di autonomia abitativa anche per persone giovani, alla loro prima esperienza, che stanno affrontando un periodo di fragilità. In seguito all’accordo con un privato, vicino alle tematiche di GAP, il Castello Bello viene insediato dal suo primo gruppo di residenti under 30.

Il progetto nasce con una divisione di ruoli. C’era chi decideva di farne parte in quanto “risorsa”, rendendo disponibile parte del proprio tempo per dare una mano a chi invece aderiva alla proposta perché non aveva altre possibilità. Questa differenziazione veniva ribadita anche da un punto di vista economico, per esempio in termini di affitto più basso per chi contribuiva alla gestione dell’abitazione.

Ora le cose vanno diversamente. Col tempo, e diversi passaggi di inquilinə, le dinamiche sono cambiate. Ester sottolinea come siano le persone che vivono in una casa a determinarne non solo l’atmosfera, ma anche, come in questo caso, aspetti organizzativi e pratici, addirittura economici, andando a modificare le regole proposte dall’associazione. Tutto ciò è avvenuto sia per un rifiuto spontaneo di etichette prestabilite, ma anche perché semplicemente il Castello Bello ha assunto connotazioni ogni volta nuove con nuovi ingressi, diventando una vera e propria esperienza di condivisione domestica e quotidiana, dove la figura metaforica più azzeccata e presente è semmai quella del fratello/sorella maggiore, che ha la propria routine, all’interno della quale è contemplata una particolare forma di attenzione verso chi convive. I valori che l’associazione voleva trasmettere non hanno più avuto bisogno di essere veicolati da norme, ma hanno assunto vita propria, rendendosi manifesti attraverso i singolari modi di vivere delle persone che popolano la casa.

Il principio motore del Castello Bello è allontanarsi da forme di assistenzialismo poco proficue, con la consapevolezza che spesso lə abitanti possono avere difficoltà diverse dalle proprie, storie di vita meno lineari, bisogni ed esigenze che magari non conosciamo. Forse per questo Ester, quando le ho chiesto quale parola le viene in mente pensando alla sua esperienza al Castello, ha risposto sfida. Convivono una dimensione collettiva e una individuale, vite condotte sotto lo stesso tetto ma che si basano sul concetto di aiuto reciproco. Valorizzare sé stessə, inseguendo le proprie aspirazioni e inclinazioni, ma tra queste inclinazioni tenere in forte considerazione la sensibilità verso l’altro, l’apertura ai suoi bisogni, e la volontà di farsene, anche solo in parte, carico.

Questo è quello che ho pensato dopo aver conosciuto Castello Bello, e l’ho detto a Ester. Pensavo di aver trovato una quadra alla tensione, per me intricata, tra libertà individuale e impegno comunitario, impregnando quelle mura ocra, che è un colore caldo ma discreto, non invadente, di un significato tutto mio, di una verità che prima sentivo sfuggirmi. Era un’intervista telefonica, ma dalla risposta che poi Ester mi ha dato mi sono immaginata il suo volto perplesso. «Guarda, è molto meno trascendentale di così. Si tratta semplicemente di persone che vivono insieme».

[Le interviste a residenti al Castello Bello e a membri dell’Associazione Gruppo APpartamento sono state rilasciate fra fine 2021 e inizio 2022, N.d.R.]


di Francesca Gallo
Foto di Marta Di Donna

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