Abbandonati

San Martino e Ticosa, Como

«Che restiamo qui, abbandonati
Come se non ci fosse più
Niente, più niente al mondo»

Cantava così Gino Paoli in Il cielo in una stanza nel 1961. Eppure quelle parole sembrano ancora riecheggiare tra i padiglioni del San Martino, l’immensa area che ospitava l’ex istituto di salute mentale della città. Appunto, abbandonati.

Novembre è un mese amaro che tinge d’autunno la collina del San Martino. Salendo la strada che dà su via Castelnuovo si viene accompagnati dal silenzio. I rumori del traffico scompaiono tra i passi che si confondono con l’erba che cresce tra l’asfalto screpolato, e i lunghi alberi si fanno spettatori di passanti solitari fino alla curva che porta al monoblocco centrale su cui sovrasta un orologio fermo da anni.

Dal ’61 ad oggi le cose sono cambiate: venne approvata la legge 180 del 1978 nota come legge Basaglia, che consentì la chiusura dei manicomi e diede il via a quel processo di restituzione di dignità personale a chi convive con problemi di salute mentale, che culminò con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Solo nel 1999 venne definitivamente chiuso il complesso psichiatrico del San Martino. Da quell’anno in avanti l’area è stata oggetto di diverse promesse di riconversione sventolate al vento delle campagne elettorali e presto evaporate nell’indifferenza generale, come l’idea di trasformare l’area in una cittadella universitaria o in bosco urbano partecipato. Risalendo la collina che porta al monoblocco si percepisce come l’immobilismo abbia finora trionfato sulle idee. Le finestre ai piani alti sono sprangate, le serrande sono state rimosse perché pericolanti e mentre le porte rimangono chiuse dai catenacci il verde cresce incolto pronto a riprendersi i suoi spazi in attesa che qualcuno decida cosa fare.

Uno sguardo attento noterà che qualcosa si muove ancora all’interno del San Martino. Ogni tanto passa un’automobile, si accendono delle luci tra gli edifici e facendo un giro dietro il monoblocco sorprende vedere un orto curato che stride con la desolazione intorno. Sul retro dell’edificio centrale si può ancora trovare anche il tendone sotto cui venivano fatti i tamponi per il Covid fino a poco tempo fa. A pochi passi da lì si trova un altro edificio, Villa Teresa, che ospita l’associazione Cral ASL Como, nata dieci anni fa dai lavoratori di quella che era appunto l’ASL di Como, così la definisce il presidente Markus Rezzoli. L’associazione ha un servizio bar rivolto ai dipendenti rimasti nei pochi uffici presenti e collabora con il Dipartimento Salute Mentale dell’Ospedale Sant’Anna. Grazie a essa sono state finanziate tre borse lavoro e alcuni tirocini formativi che hanno permesso alle persone interessate di mettersi alla prova e di riacquistare fiducia nelle proprie capacità. Le sue parole chiave sono socialità e ambiente.

Markus è una vera e propria memoria storica del luogo; uscendo dalla sede di Cral facciamo insieme un giro per il parco. A poco a poco quello che sembrava un luogo abbandonato si svela in un proliferare di associazioni, volontari, educatori. Scopriamo che una palazzina anonima al lato della strada ospita in realtà il Centro Diurno e la comunità Il Ritrovo, entrambi frequentati da persone con problemi di salute mentale. Markus ci spiega che in questa sede venivano organizzate (il passato è d’obbligo vista la trasformazione dovuta all’emergenza pandemica che ne ha scombussolato la programmazione) giornate per la cura del verde, corsi di canoa, di yoga e – ne vanno particolarmente orgogliosi – un corso di nordic walking tramite l’associazione Iubilantes.
Fino a quattro anni fa uno di questi edifici ospitava persino il convitto per gli studenti dell’Università degli Studi dell’Insubria, fatto chiudere come tanti edifici attorno per mancata manutenzione da parte dei soggetti istituzionali presenti (ATS e ASST, ovvero ex ASL e ospedale). Un convitto per studenti a Como. A pensarci ora sembra pura fantascienza. E non finisce qui: indicandoci un angolo del monoblocco Markus ci racconta che qualche anno fa era anche presente una sala prove. Era, appunto.

In direzione opposta troviamo lungo un viale alberato quella che era in origine la chiesa dell’ospedale psichiatrico. Dal 2013, per concessione dell’ATS, ospita la Chiesa Ortodossa del Patriarcato di Mosca. Qui padre Alexei ci spiega che l’utenza è sempre più numerosa, tanto che le funzioni avvengono in tre lingue diverse: russo, moldavo e italiano. L’obbiettivo rimane quello dell’integrazione tra comunità e offrire un luogo familiare che permetta di mantenere vive le tradizioni care a tutte quelle persone che dall’est europeo si spostano a Como e provincia. Anche per questo è attivo un progetto per la raccolta alimentare. L’interno finemente decorato con le iconografie dei santi dipinte nel legno intarsiato è un’oasi di colori che merita una visita.

Ma è solo un attimo, sullo sfondo spiccano un campo da calcio e l’hospice dove l’associazione Accanto ha vinto quest’anno l’Abbondino d’Oro per «l’amorevole assistenza offerta dai volontari ai malati inguaribili e alle loro famiglie, promuovendo la cultura della dignità della vita fino ai suoi ultimi istanti».
In fondo al viale cassonetti mezzo rovesciati e spazzatura. Da una parte la massima onorificenza cittadina dall’altra la desolazione di un luogo lasciato a sé stesso. Abbandonato. Nonostante le associazioni e i volontari presenti e attivi, che portano vivacità con progetti a carattere sociale, sembra che i soggetti istituzionali proprietari dell’area, ASST e ATS, quindi Regione Lombardia, non siano all’altezza di un’opera di assistenza e riqualificazione. Le ragioni della messa in sicurezza sono troppo deboli: è evidente che si sia voluto abbandonare questo luogo in virtù di scelte strategiche opache.

A parlare con chi ha vissuto il parco negli anni passati, il San Martino è rimasto quello che era: una collina fuori dalla città, a rimarcare la differenza tra noi e loro, tra sani e malati, dove chi era fuori non voleva entrare e chi era dentro avrebbe voluto uscire. Tanti un tempo passavano vicino e non parlavano perché “c’erano i matti”, alcuni abbassavano la voce, altri ancora avevano paura a camminare da soli nel parco. Fortunatamente oggi la paura è passata, c’è stata una contaminazione con la società civile che con associazionismo e volontariato ha abbattuto il muro del pregiudizio. Belle iniziative che comunque non hanno permesso di creare una memoria storica condivisa del luogo. Ad oggi pochi cittadini sanno esserci un parco o ne hanno sentito parlare, molti non l’hanno nemmeno mai visto.

Sicuramente i cittadini conoscono l’ISIS Paolo Carcano, meglio conosciuto come il Setificio di Como, non lontano dal complesso di edifici. È qui che incontriamo il preside Peverelli che da anni porta avanti un progetto di scuola inclusiva e all’avanguardia. Una scuola attenta alla didattica (come dimostra l’ultimo rapporto Eduscopio) e interessata ad accompagnare i ragazzi attraverso un percorso di orientamento. Non solo lavorativo o universitario, come ci si potrebbe aspettare, ma anche psicologico, per garantire uno spazio che permetta ai ragazzi di confrontarsi al meglio con le difficoltà legate al ciclo di vita che stanno attraversando. E se è pur vero che, sostiene Peverelli, la scuola la fanno i docenti, l’edificio presenta un problema di manutenzione perenne che costa circa un milione di euro l’anno. Emorragia di risorse che potrebbero essere usate per finanziare, per esempio, laboratori e formazione. Dal 2019 il presidente della Provincia, Fiorenzo Bongiasca, crede in un progetto che metterebbe d’accordo le esigenze del Setificio e quelle del San Martino: creare una cittadella di scuole superiori all’interno di un bosco urbano, un’idea che grazie alla presenza dei ragazzi porterebbe fermento e vitalità in un luogo che di sofferenza ne ha vista fin troppa.
A questo proposito merita una menzione anche il progetto di Gin Angri e Mauro Fogliaresi, che documentano con foto e racconti la storia del San Martino e di un’umanità accantonata ai margini della città autodefinitasi “normale”.

Purtroppo non ci è dato sapere che cosa sia rimasto del progetto della cittadella studentesca, che prevedeva tra l’altro la coesistenza di scuole superiori, Museo della Seta e associazioni del terzo settore, né dell’idea di riqualificare il bosco creando un corridoio verde con il Parco Regionale Spina Verde. La palla sembra essere ferma in Regione da un paio d’anni.

A qualche chilometro di distanza c’è un’altra grande area abbandonata comunemente detta “la Ticosa”, ossia la zona che ospitava la fabbrica tessile Ticosa, chiusa dal 1982. Da allora è caduto il muro di Berlino, è nata l’Unione Europea a 27 stati, è stata approvata la legge che vieta di fumare nei luoghi pubblici, è nato Internet e la nazionale di calcio italiana ha vinto due campionati del mondo. Nella Ticosa invece è apparso un lago verde, la palazzina principale è pericolante ma soprattutto il suolo è contaminato da arsenico, zinco e idrocarburi pesanti e l’amianto è ancora là che aspetta di essere smaltito. E i cittadini rimangono in attesa della riqualificazione tanto promessa. È come se il treno della storia sia passato dimenticandosi qualche vagone sui binari, rimasto fermo in stazione per un errore del macchinista che forse era solo andato in bagno un momento. Ecco, quel momento dura da quarant’anni. Le erbacce crescono ovunque, la zona è stata maldestramente recintata, tanto che chiunque può entrare e nel tempo si sono susseguite occupazioni di varia natura. Camminando lungo la strada che ne delimita un lato, all’altezza di un semaforo, un gattile non autorizzato emerge dalla sporcizia e dai rifiuti che si sono accumulati negli anni e nel disinteresse di più amministrazioni comunali.

A differenza del San Martino, dove l’area è stata sì trascurata ma data comunque in gestione ad associazioni che continuano a svolgere le proprie attività, sulla Ticosa non è presente nessuna organizzazione perché pesa la bonifica del terreno. Complice l’immobilismo politico, la zona è completamente abbandonata.

Le vecchie stanze non hanno più pareti, ma alberi, alberi infiniti.

di Lorenzo Foti

Foto di Mirko Pirisi

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Nato a Como ma ben presto annoiato dalla cittadina lacustre si trasferisce a Milano dove si laurea prima in Economia poi in Matematica finanziaria. Dopo varie peregrinazioni per l’Europa torna su quel ramo del lago con il risultato di sentirsi un cittadino in provincia e un provinciale in città. Cantastorie e pianista incallito, è appassionato di cinema e musica. In un’altra vita capitano di peschereccio, giardiniere, pesce d’acqua salata.
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