Astra e Gloria

La storia e la resistenza dei monosala comaschi.

Inflazionati, le insegne logore, le vetrine che accolgono le locandine dei film come si faceva un tempo. Come vecchi saggi, mostrano impassibili l’incedere del tempo, scrutano la strada dalle loro crepe. Attraverso le poche finestre fanno filtrare quel poco di luce che permette quello spettacolo d’arte che varia incantando gli spettatori nel vuoto di una sala. Sono i cinema che resistono all’incalzare dei multisala, e a Como questi cinema si chiamano Astra e Gloria, superstiti di un’era fatta di passaparola, del “stasera ci guardiamo un film”, dei cineforum: luoghi che reagiscono all’abbandono di un cinema fast food.

Capienza sala: centoventi persone massimo. Locali sanificati quotidianamente. La cassa chiusa, il “prossimamente” delle insegne ancora vuoto. Le stesse che accoglievano i Lunedì del Cinema. Entrando si viene accompagnati dall’odore di chiuso attraverso l’atrio munito di dispenser, una calma surreale porta verso i corridoi su cui si affacciano due file di manifesti – Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Suspiria, Amarcord – infine il passaggio oltre la tenda rossa conclude il cerimoniale dell’ingresso in sala, dove sovrastano le poltrone rosse. Vuote. Regna una calma straziante. Siamo a pochi passi da Ca’ Merlata, in periferia, e a vederlo da fuori assomiglia a uno di quei cinema in cui ci si imbatte nei film di Woody Allen, al centro del quartiere tra panetterie, ristoranti e un continuo via vai di gente alla fermata del bus antistante l’ingresso. Sembra quasi di vedere i personaggi di Io e Annie che discutono in coda nell’attesa di entrare, mentre le auto che rallentano nel traffico cercano di rubare qualche occhiata in più per capire che film ci sarà domani al Gloria.

Già, il Cinema Gloria, un progetto di «cinema post-cinema», così lo definisce Vincenzo D’Antuono, presidente dell’associazione Arci Xanadù che gestisce lo spazio. Gli occhi che brillano quando si tocca l’argomento tradiscono la forte passione. Quando è stato riaperto nel 2007 a Como c’erano altre quattro sale: l’Astra, l’Astoria, i multisala di Montano Lucino e Ca’ Merlata che ne avevano determinato la chiusura. L’idea è stata quella di creare qualcosa di diverso: un cinema di qualità, musica dal vivo, mostre, teatro. In poche parole un luogo di aggregazione che andasse oltre il cinema. «La proprietà ci disse: “vabbè, tra sei mesi chiudete”. Invece la risposta della città è stata immediata. Abbiamo puntato a un progetto ambizioso su cui si è creata un base».

Va fatta una premessa, il signor D’Antuono arriva da una lunga esperienza nella musica con il Rock Club 52 prima e il Box 202 poi, nell’alternativa piazza Roma degli anni 80 e 90. Il primo era una sala prove, il secondo, «come poteva definirsi?» continua Vincenzo: un pub-rivisteria, uno dei primi bar con la console da DJ e Internet, una novità assoluta per l’epoca. Non era la piazza vuota a cui siamo abituati oggi ma un luogo in fermento in cui convivevano le sedi degli anarchici, di Lotta Continua e alcune case occupate. Leggenda vuole che quando andarono a parlare con il proprietario dello stabile, un nobile decaduto, quest’ultimo fece intendere che era disposto a concedere gli spazi e avrebbe chiuso un occhio «visto che siete comunisti» purché – indicando il vescovado – rompessero «le scatole a quello là!». Note di musica techno, punk, rock uscivano dal locale frequentato da ragazzi stranieri che sembravano illudersi di trovare un po’ di Berlino a pochi passi dal lago. Tempi diversi fatti di incontri fortuiti e luoghi di aggregazione, ma soprattutto di movimenti. Gli stessi che si unirono per presentarsi alle elezioni comunali nel 1980 con la lista Spartito Rock, per simbolo un dito medio, capaci di organizzare un concerto in playback in piazza Duomo il giorno prima delle elezioni, con i Massacrans allo slogan “il gruppo che non suona in pubblico ma suona il pubblico”. Sembra di vivere un film, eppure è la realtà di quegli anni.

Cinema Gloria, particolari

Grazie a quest’abilità nel fare rete il Gloria rinasce con nuove idee, fulcro del progetto la base di persone a cui si aggiungono dei volontari. Ripartono i cineforum, i concerti e gli incontri con le scuole. Nel frattempo però, vengono al pettine i nodi legati alla manutenzione dello stabile, scattano i primi interventi della riparazione del tetto e l’acquisto del proiettore digitale. Un contributo fondamentale arriva dai soci. «È difficile vivere di cinema se sei un monosala» ammette Vincenzo. È una continua e complicata contrattazione con le case di distribuzione che spingono per comprare pacchetti di film snaturando la programmazione di chi punta sulla qualità o negando le pellicole. A volte succede invece che vengono concessi sì i film pattuiti, ma con tre o quattro settimane di ritardo rispetto ai multisala. Ma «il cinema è un gaucho seduto al caffè» diceva Paolo Conte in Ratafià, un’atmosfera di avventurosa contemplazione della vita tra inquietudine e quotidianità.

Siamo poco fuori dal centro storico, su viale Giulio Cesare che fa da spartiacque tra una via Milano bassa fatta di negozi e una via Milano alta fatta di odori e mescolanze di popoli. Senso della vista da una parte, olfatto dall’altra. A unire i due mondi brilla il cinema Astra, altra tappa di questo viaggio tra i monosala presenti in città. Vediamo uscire un’odalisca mentre un commesso su una scala di legno cambia le lettere del prossimo film dall’insegna posta sopra l’entrata. Una musica al pianoforte li accompagna mentre le auto continuano a sfrecciare incuranti. Scene di un film di Fellini che possiamo solo immaginare visto che il cinema è chiuso da giugno 2018. Come spesso accade per i monosala storici, i costi di adeguamento a una giungla normativa ne hanno decretato la chiusura. Così l’associazione ACECC che lo gestiva ha dovuto sviluppare in fretta una strategia per tenere in vita l’Astra. Una parte dei fondi è arrivata tramite bandi regionali per la cultura e altri enti finanziatori. Mancavano all’appello settantacinque mila euro e nessuna idea di come trovarli.

Cinema Astra, ingresso su viale Giulio Cesare

Il tempo stringe e se non si riuscissero a trovare i soldi salterebbe tutta l’operazione, compresi i fondi vinti nei bandi regionali. La proprietà, ovvero la parrocchia di San Bartolomeo, fa sapere che l’ipotesi di vendere diventa reale. Poi l’idea della campagna di crowdfunding: proviamo a chiedere un contributo al nostro pubblico. È una battaglia à la Davide contro Golia, o meglio una sfida degna di Steve McQueen in Papillon visto che parliamo di cinema. Questa volta però non c’è una condanna da scontare ma un cinema da salvare, i tentativi di fuga sono prove di sopravvivenza e al posto dell’isola del Diavolo nella Guyana francese la città di Como – con il dubbio che la prima sia forse più sensibile al tema della cultura. Comune alle due storie, il desiderio di libertà. «Sembrava impossibile» racconta Michele Luppi, portavoce della campagna Salviamo l’Astra, «la campagna è partita a dicembre 2020 nel pieno della pandemia. Sentivamo che la città era molto legata al cinema ma non pensavamo di andare oltre l’obiettivo». Complice l’eco dell’associazione TUC, Teatranti Uniti di Como e Provincia, la città di Como, spesso frammentata, si è unita in supporto del cinema, grazie anche alla donazione delle locandine dei film su contributo simbolico. Un’idea riuscita che ha attirato appassionati e non, e che ha permesso di salvare la sala che dovrebbe riaprire il prossimo ottobre con l’immancabile cineforum.

Un’ulteriore trama si fonde a colorare questa storia. Andrea Fontana ha diciannove anni, incuriosito dalla campagna contatta l’Astra e arriva a gestirne i profili social contribuendo a salvare un cinema in cui non è mai entrato. Francesco Gelati, storico proiezionista dell’Astra per circa cinquant’anni e ora volontario – una vicenda che ricorda Nuovo Cinema Paradiso – dà anima e corpo per la campagna dimostrando un attaccamento che va oltre l’immaginazione. È sua l’idea geniale di disporre le locandine sulle poltrone rosse vuote, per una foto simbolo della campagna in cui molti si saranno imbattuti. Andrea e Francesco, passato e presente, due storie unite dalla passione per quello spettacolo magico che prende vita da un proiettore.

Francesco Gelati nella sala di proiezione dell’Astra

Mentre esploro il cinema, Francesco è un vulcano di aneddoti, ultimo testimone della storia di questo luogo. Racconta che una volta, «saranno stati gli anni 70», proiettarono Jesus Christ Superstar davanti a una sala gremita di pubblico. «Iniziavamo nel pomeriggio e finivamo verso l’una di notte. Erano tutti entusiasti!». Dopo poche repliche ben presto arrivarono le prime lamentele. «Fummo letteralmente sommersi da lettere che più o meno dicevano così: ma possibile che uno scandalo del genere venga proiettato al cinema dei preti?». Poi fu la volta delle critiche scoccate dall’arco di svariati quotidiani. Ridendo ci racconta che don Fossati, il prete brillante che fondò la sala nel ’68, difese il cinema, le proiezioni e il suo pubblico in nome della libertà di espressione. Un sacerdote che nel ’74 difende un musical rock sulla vita di Gesù, se non è fantascienza poco ci manca.

Quello che non manca, invece, è la visione di cinema che incarnano Astra e Gloria. In un momento storico in cui si è toccato il nervo scoperto del settore, fatto di chiusure e ammortizzatori sociali inesistenti, quella folta rete di esercenti indipendenti sono gli attori che spesso assicurano la sopravvivenza della settima arte in Italia, agendo una politica di comunità ignota ai grandi circuiti. Entrambe le realtà, Astra e Gloria, concordano sul fatto che i tanti cinema indipendenti sparsi per il Paese non vivono di soli biglietti, ma lavorano con le scuole, ospitano incontri, laboratori e spettacoli: sono sale che riescono a resistere solo puntando a un forte legame con il territorio. Ci si potrebbe chiedere se invocare come supremo arbitro la legge del mercato abbia davvero senso per un circuito che punta a prodotti a forte valenza culturale. Che senso avrebbe paragonare le grandi distribuzioni, Netflix, Prime Video, che possono garantirsi budget stratosferici in relazione a piccole produzioni che sfornano titoli fragili, che ormai in pochi osano distribuire? Anche se, paradossalmente, saranno proprio questi film che richiameranno il pubblico e riaccenderanno la voglia di cinema nel momento delle riaperture.

Mentre il futuro dell’Astra è tutto da scrivere, la bella stagione dà il via al cinema all’aperto, così il Gloria riparte con la rassegna 35 mm Sotto il Cielonel cortile del museo Garibaldi e continuerà con i Lunedì del Cinema. Si sta anche lavorando a un nuovo progetto per portare il cinema in altri cortili del territorio: una sorta di cinema itinerante che proietterà in quartieri diversi, tra cui il cortile dell’associazione Asylum, di fianco al vecchio ospedale Sant’Anna. Ma allo Spazio Gloria la sfida più grande rimane l’operazione di azionariato popolare per comprare il cinema. L’iniziativa Manchi tu nell’aria partita a marzo 2019 scadeva a maggio 2020, ma è stata prorogata di due anni a causa della crisi pandemica. Tanti i firmatari, tra cui Angela Finocchiaro, Elio Germano, i registi Martone e Bellocchio e il fumettista Zerocalcare, che ha curato le grafiche della campagna. In pratica, ognuno può donare andando sul sito dello Spazio Gloria per contribuire all’acquisto dello stabile, scommettendo ancora una volta su quella simbiosi con il pubblico che accende il desiderio di socialità e che ha fatto diventare il Gloria un centro polifunzionale. Francamente non si sente proprio il bisogno dell’ennesimo hotel in una città che negli anni ha creato dei non-luoghi, atomizzando spazi ed esperienze: Politeama, San Martino, Astoria…

Astra e Gloria, sono due giganti che scomodano l’epica nei loro nomi e urlano all’indifferenza contro lo spopolamento delle realtà culturali in città. La loro storia dimostra che nonostante le mille difficoltà un altro cinema è possibile coinvolgendo il territorio, creando una base, facendosi centri poliedrici. Guardando rapidi questi cinema, nella velocità della città, presi dalla frenesia degli impegni quotidiani, se osserviamo con occhio critico vediamo luoghi magici che si mimetizzano tra l’asfalto, dove regnano fantasia, musica, nostalgia. Non facciamoli sparire.

Astra, lettere per i titoli dei film

di Lorenzo Foti
fotografie di Mirko Pirisi

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Nato a Como ma ben presto annoiato dalla cittadina lacustre si trasferisce a Milano dove si laurea prima in Economia poi in Matematica finanziaria. Dopo varie peregrinazioni per l’Europa torna su quel ramo del lago con il risultato di sentirsi un cittadino in provincia e un provinciale in città. Cantastorie e pianista incallito, è appassionato di cinema e musica. In un’altra vita capitano di peschereccio, giardiniere, pesce d’acqua salata.
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