Politeama

Esiste a Como un vecchio cineteatro in disuso, all’angolo tra viale Felice Cavallotti e piazza Cacciatori delle Alpi. “Oliteama” dice la scritta decapitata, a cui manca la “p” iniziale. Le facciate che un tempo richiamavano il vivace stile liberty, mostrano oggi tutto il peso dei loro anni, con rughe di intonaco scrostato e ossa arrugginite. Chi dal centro si dirige verso la stazione San Giovanni, o viceversa, non può che passarci accanto. Qualcuno va di fretta, corre verso il treno, qualcun altro ha più tempo per guardarsi intorno e chiedersi cosa ci sia dietro quelle pareti dimenticate. Io ogni tanto ho corso, altre volte mi sono soffermata, e chiedendo in giro ho scoperto che dimenticate non lo sono affatto.

Articoli, capitoli di libri, tesi di laurea hanno esplorato la storia, l’architettura e le possibili prospettive del Politeama. Associazioni, cooperative, enti come il Conservatorio di Como e il Politecnico di Milano si sono nel tempo interrogati su cosa fare di questo luogo denso di cultura e significati. Attualmente Ripensiamo Como, un giovane gruppo di lavoro parte del più ampio Officina Como, insieme al circolo culturale Olmo stanno ponendo le basi per un nuovo progetto.

L’editore di NodoLibri e studioso di storia locale Fabio Cani, gli architetti Angelo Monti ed Erica Cantaluppi (di Ripensiamo Como), mi hanno dedicato il loro tempo per raccontarmi questo luogo, con il risultato che quelle che dovevano essere delle interviste sull’ex cineteatro si sono rivelate piacevolissimi confronti e riflessioni, andate ben oltre il “caso Politeama”. La prima cosa che ho capito quando ho iniziato ad affrontare il tema, è che parlare del Politeama è complicato, proprio per il valore simbolico che porta con sé.

Per coglierne l’anima, però, bisogna andare indietro nel tempo di circa cento anni, quando Como era un grande paese di trentamila abitanti, le sue strade erano attraversate da cavalli e carrozze, il lungo lago popolato da signore con ombrellini ricamati e larghi cappelli.

All’inizio del ‘900 il tasso di scolarità conosceva una forte crescita, e il mondo dello spettacolo costituiva una forte attrazione per tutti. Le persone si raccoglievano intorno ai palchi, per ricercare storie, emozioni, suggestioni che colorassero la loro quotidianità. Il Teatro Sociale, chiamato anche “la piccola Scala”, con i suoi palchi, il velluto rosso e le decorazioni dorate che dominano la scena, rese ancora più suggestive dalle lampade diffuse lungo le balconate, era però un luogo esclusivo per l’élite comasca. La Società dei Palchettisti di questo stesso teatro così ricco e prezioso, decise di creare un luogo in cui tutta la popolazione potesse godere delle meraviglie dello spettacolo teatrale, e non solo.

Nasce così, tra il 1909 e il 1910, sotto la guida dell’eclettico architetto Federico Frigerio, il Politeama. Durante la sua costruzione divenne progetto autonomo, non più una filiazione del Sociale. Un cineteatro popolare, che potesse rispondere all’esigenza di trovare luoghi di intrattenimento culturale e di aggregazione sociale accessibili.

Fu così che i comaschi videro sorgere questo edificio, imponente per la sua epoca, con caratteristiche, anche architettoniche, che già lo proiettavano nel nuovo secolo – come l’utilizzo del calcestruzzo armato, novità assoluta per quegli anni. Si poteva attraversare l’ingresso, tenendo l’ombrellino sulla spalla o le mani nelle tasche delle brache, e scegliere dove sedersi senza più distinzioni di classe, senza più palchi, gallerie e loggioni che determinassero uno status sociale.

Lateralmente, poi, oltre i camerini, c’erano circa quattordici stanze, che fungevano da foresteria per i teatranti. Forse è questo quello che più mi affascina, immaginare per quei corridoi uomini truccati a metà che correvano ad aggiustarsi il costume di scena, ballerine scalze che si controllavano allo specchio, attori con un foglio in mano che provavano toni di voce diversi fino ad individuare il più adatto per la loro parte. Poi, a fine spettacolo, quegli stessi corridoi si riempivano, sempre assecondando le mie fantasie, del fumo del tabacco e dell’odore del vino, di musiche improvvisate e canzoni stonate dall’alcol.

Le locandine proponevano spettacoli di ogni tipo: opera lirica, teatro di varietà, proiezioni cinematografiche, concerti, e per i primi anni anche il circo. Proprio così, per le vie di Como elefanti e giraffe si dirigevano verso il Politeama, in cui venivano rimosse tutte le poltroncine e aperto il tetto, anch’esso rimovibile. In quella sala, dove il pubblico si era commosso ascoltando La Bohème, o era sobbalzato sulle sedie durante la proiezione sull’Inferno dantesco, dove aveva camminato e si era esibito “Duke” Ellington, si tenevano anche conferenze pubbliche, che ampliavano ulteriormente la capacità di metamorfosi di questo cineteatro.

Il Politeama racconta una parte di storia della nostra città, il suo passato ci parla del bisogno di condivisione del tempo libero, il desiderio di ricercare l’intrattenimento in forme artistiche anche molto diverse tra loro, come dimostra l’ecletticismo della struttura stessa.

Che effetto fa entrarci ora? Non essendo libero l’accesso, ho chiesto ad Angelo ed Erica, di Ripensiamo Como, di aiutarmi ad immaginarlo. Era un luogo luminoso, arioso, mentre ora non ci si può muovere all’interno senza la torcia del cellulare accesa. Penso a questi fasci di luce che illuminano piccole porzioni di poltrone sfilacciate e tendoni sbiaditi. Come in un film horror, mi racconta Erica che sono saliti sul palco scricchiolante, prestando attenzione a dove appoggiavano i piedi, perché le travi non reggono più il peso dei passi. Mi hanno raccontato del senso di abbandono che colpisce osservando gli intonaci a vista e i pessimi cromatismi dovuti agli ultimi, sbrigativi tentativi di restauro. Ricordo le parole di Paolo Virzì, che nel 2013 venne nella nostra città e girò alcune scene de Il capitale umano proprio all’interno del Politeama. Di Como il regista disse che è «simbolo di un inarrestabile degrado e sottomissione al denaro», e il Politeama, con la sua storia, purtroppo incarna questo decadimento.

Ma Erica e Angelo, tra queste vecchie mura, hanno fantasticato, hanno osservato un grande spazio e ci hanno visto un grande potenziale. Si sono immaginati possibili sviluppi verso l’alto, magari oltrepassando il tetto attualmente presente, proiettandosi verso il futuro hanno visto uno spazio polivalente – come suggerisce il nome stesso dell’edificio – di cui il lavoro di conservazione costituisce solo un tassello, mentre ad essere determinante è la generazione di nuovi usi, la catalizzazione di energie giovani e di innovazione. Virzì, sempre in occasione della sua visita a Como in veste di regista, ci ha augurato che il «Politeama possa tornare in scena». Non mancano le perplessità, i timori, gli interrogativi sul perché fare qualcosa del genere. Come e cosa può restituire questo luogo?

Tutte le persone con cui ho parlato mi hanno fatto capire come la domanda non sia rivolta semplicemente al Politeama, ma a tutta la città. Quale progetto abbiamo, in quanto abitanti di Como e zone limitrofe, per la nostra città? Esiste un progetto? Abbiamo discusso di spazi urbani, di questioni economiche, inevitabilmente anche politiche, di bisogni reali e attuali della nostra città, del desiderio di costruire una cultura popolare, dell’immobilismo intrinseco in una monocultura come può essere in qualche modo la nostra; ci siamo interrogati sull’assenza di progettualità che caratterizza la realtà locale e sull’ambizione di creare dello spazio per poterla immaginare. Il Politeama è per me diventando simbolo anche di altro, ovvero della bellezza del discutere, confrontarsi, integrare aspetti della realtà che provengono da ambiti disparati. Solo per citare alcuni esempi, antropologi, architetti, urbanisti, creativi, comunicatori, statisti, normali cittadini che hanno spinta immaginativa, potrebbero riunirsi e dare la loro versione e il loro contributo a un progetto comune.

Qui entra in gioco un fattore personale. Tornerò a vivere in Brianza dopo quattro anni in una grande città. Sono molto spaventata, temo di non trovare più gli stimoli che ho ora, quindi provo a giocare d’anticipo e capire cosa può offrirmi Como e dintorni. Non saprei prevedere se questo progetto andrà in porto, se gli ostacoli amministrativi, economici o architettonici impediranno il restauro e il riutilizzo del Politeama, ma entrare in contatto con questa rete eterogenea per età, per interessi, per mansioni, per punti di vista sulla questione, mi ha rincuorata, mi ha fatto pensare che il nostro territorio è vivo, permette la circolazione di idee, lascia spazio all’immaginazione, e solo potendo prima immaginare si può realizzare.

di Francesca Gallo
Foto di Gin Angri
Disegni dell’Arch. Angelo Monti

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