Moreover – Collettivo Voce

Conversazioni con le artiste e gli artisti di Como Algæ Festival – La città trama.

Come può il mondo del turismo lasciarsi alle spalle l’immobilità vissuta durante l’emergenza da coronavirus? È possibile ripartire, tornare a portare i turisti sul nostro territorio attraverso l’esplorazione di nuovi strumenti, linguaggi e idee? Di fronte a una pandemia che ha evidenziato i limiti di una routine a cui sembra impossibile poter ritornare, come elaborare una nuova narrazione della propria identità territoriale? 
Attraverso la pratica del photovoice, che coinvolge direttamente i suoi interlocutori nel processo di produzione, selezione e descrizione delle immagini, il Collettivo Voce ha proposto a un gruppo di guide e tour manager operanti sul territorio lariano di rispondere a queste e altre domande, immergendosi in un laboratorio di fotografia partecipativa che ha mosso i primi passi già alla fine del 2020. 
In un momento di immobilità e impaziente attesa, in cui lo spazio individuale si è spesso ridotto alle sole mura domestiche, una macchina fotografica usa e getta e i 27 scatti disponibili nel suo rullino si trasformano in strumento di interpretazione e riflessione, capace di materializzare preoccupazioni e speranze verso un settore che identifica una delle anime più importanti della città. Il racconto che ne deriva è quello di un turismo ricordato o sognato e di una decisa volontà di voltare pagina, andando oltre all’attuale impasse, ma anche oltre al turismo massificato del recente passato. Non è però possibile dimenticare ciò che è successo nel frattempo, che si racconta nelle immagini di Moreover, restituendo al pubblico alcune delle impressioni più intime, personali e collettive, emerse in questi mesi di chiusura. In un simile contesto, la scelta di utilizzare macchinette usa e getta, care all’immaginario comune del turista, della gita e dell’album di vacanze, gioca un ruolo chiave nell’ avvicinare il pubblico all’esperienza di chi vive immerso in questo mondo ogni giorno. 
In un continuo dialogo con la città e i suoi poli turistici, le fotografie scattate dalle guide e i/le tour manager, Alessandra Scola, Corrado Ortu, Cristina Moreschi, Davide Pazzaglia, Giusy Lucini, Pietro Radoicovich dell’associazione C-Lake Today, sono state stampate e installate in alcuni punti di snodo del turismo comasco, inaugurando la prima edizione di “Como Algæ Festival – La città trama”.

Attraverso una fitta conversazione con le artiste e gli artisti di Algæ Festival – La città trama (Como, giugno 2-13 giugno 2021), la Beula approfondisce ricerche e progetti presentati durante la manifestazione, per conoscerne meglio protagonistə e tematiche. Il primo a raccontarsi è il Collettivo Voce, il cui lavoro si definisce a partire dai concetti di partecipazione e autodeterminazione.
Le interviste sono pensate e condotte dalla curatrice del Festival, Giulia Guanella.

Giusi Lucini. Ascolta qui l’audioguida dell’immagine.

Prima di addentrarci nel mondo di Moreover, vorrei approfondire il concetto di partecipazione. La vostra pratica artistica muove i propri passi dalla fotografia documentaria per abbracciare processi partecipativi, assumendo spesso infatti la forma di photovoice, da cui il vostro nome. Ma cosa significa essere partecipi all’interno di un progetto del vostro collettivo? E di chi sono le voci a cui volete dare volume?

Partecipazione significa per noi coinvolgimento attivo dei soggetti  nei nostri progetti. Quando si parla di fotografia documentaria, chi viene fotografato è ostaggio del punto di vista di chi scatta. Come collettivo ci proponiamo di mettere in discussione questa dinamica, per farlo guidiamo i partecipanti attraverso un processo che può avere risvolti di vario genere: in generale, prendere possesso della narrazione di sé stessi è qualcosa che può dar vita ad un’auto-analisi da cui può generarsi un sentimento di empowerment o addirittura terapeutico.

Le voci a cui vogliamo dare volume sono molte. Sicuramente la curiosità di vedere tangibilmente l’esperienza di vita degli altri porta ad entrare in contatto con  realtà diverse tra loro. Restiamo aperti e ricettivi alle storie che riguardano i nostri territori, così come avere la possibilità di fare eco a chi ha più raramente la propria voce rappresentata.

Il photovoice è una metodologia di lavoro largamente impiegata nella ricerca qualitativa. Nella sua essenza, implica il porre delle domande alle persone con cui si sta lavorando e chiedere loro di rispondere alle stesse con delle fotografie. La produzione di immagini abbatte barriere linguistiche qualora ce ne fossero, riporta il dibattito su un piano più spontaneo e istintuale. Gli strumenti che scegliamo per questi processi sono sempre fotocamere estremamente semplici da utilizzare – le macchine analogiche usa e getta nel caso di Moreover – per cui non serve una preparazione tecnica. Questo facilita la spontaneità nell’espressione e un approccio degli interlocutori più focalizzato sui contenuti che non sul risultato estetico dell’immagine: un aspetto fondamentale della nostra ricerca.

Come Voce però rivisitiamo la metodologia photovoice, che pratichiamo senza scopi accademici. La riscopriamo, la integriamo ad altri interventi che provengono dal nostro background artistico, fotografico e grafico. Ci occupiamo sovente di raccolte archivistiche. Ricerchiamo nell’immagine la spontaneità della fotografia vernacolare e delle immagini scattate dai soggetti, prima che da noi. Costruiamo narrazioni collettive.

Alessandra Scola. Ascolta qui l’audioguida dell’immagine.

Quando si parla di fotografia rimane ben salda l’idea della distanza tra l’occhio dell’autore e il suo soggetto, come due punti cardine che difficilmente possiamo confondere. Con la vostra pratica però questa consuetudine si infrange in maniera piuttosto evidente, distaccandosi da quella “dinamica verticale monodirezionale”, come l’avete descritta, che intercorre tra le due parti. Come avviene questo scardinamento dei ruoli e come affrontate la questione dell’autorialità e della ricerca di una cifra artistica distintiva nei vostri progetti?

Non ci riteniamo in grado di rivoluzionarie dinamiche narrative antiche e consolidate. Se produrre una narrazione è di per sé un privilegio, più è fragile la categoria soggetta alla narrazione, tanto più la citata dinamica verticale può diventare pericolosa. Noi ci proponiamo di mettere questo privilegio al centro della nostra poetica, lo evidenziamo, ne discutiamo con i nostri interlocutori e proviamo a metterlo in discussione.

Ambiamo con la nostra pratica a sottolineare il rapporto di potere che intercorre tra autore e soggetto quando viene realizzato un racconto. Mettiamo il legame radicale di cui parlò il pedagogista brasiliano al centro della nostra poetica. 

Pietro Radoicovich. Ascolta qui l’audioguida dell’immagine.

Passiamo a Moreover. Quando ha preso il via il progetto e come siete arrivati a scegliere una categoria di professionistə come guide turistiche e tour manager?

Como Algae Festival è un festival culturale e artistico alla sua prima edizione, dedicata questa al rapporto tra cittadino è città, tra persone e territorio. Abbiamo individuato nella guida turistica la figura che per antonomasia si fa ponte tra lo straniero e il territorio. La guida traduce le tradizioni, la trama urbana, i sapori e i costumi della zona a un pubblico internazionale. Tra tutti i settori che si sono trovati ad affrontare grandi sfide in questo abbondante anno pandemico, il turismo è di sicuro quello che più di tutti si trova a dover re-inventare pratiche, immaginare un futuro diverso. Moreover è di fatto un riflesso intimo e ristretto, una piccola cartina tornasole di dinamiche economiche, politiche e ambientali molto più estese sia del lavoro delle guide, sia del territorio in cui operano. Questa relazione tra privato e politico, nonché tra locale e globale, è una tensione su cui ci è piaciuto riflettere.

Abbiamo scelto di restituire il lavoro con due installazioni in punti cardine del turismo e della quotidianità cittadina comasca: l’imbarcadero sul Lungo Lario Trento, installazione realizzata in collaborazione con Navigazione Laghi, e presso l’infopoint turistico di via Albertolli. Abbiamo scelto questi due luoghi perché in linea con la mission del festival e con il progetto: luoghi sia catalizzatori di turismo sia intrecciati alla vita dei comaschi.

Con le quattro grandi fotografie all’imbarcadero abbiamo voluto offrire una riflessione critica sul turismo a un pubblico il più possibile ampio e diverso. Le immagini, affisse alla struttura tramite teli microforati, riprendono modalità da campagna pubblicitaria, infrangendo però la promozione di prodotti o servizi e provando a offrire una riflessione. L’infopoint di via Albertolli è stato allestito con fotografie stampate su adesivi semitrasparenti. Abbiamo voluto realizzare l’installazione come un filtro tra interno ed esterno, tra utente e professionista, assumendo il ruolo di connessione che è tipico della guida turistica. Accanto alle immagini affisse all’infopoint e all’imbarcadero, dei codici QR rimandano a tracce audio in cui troviamo le guide turistiche che hanno preso parte fornire spiegazioni delle proprie immagini. Queste didascalie audio toccano aspetti talvolta personali, opinioni e immaginano pratiche innovative del settore. Ci siamo affidati per questo aspetto alla capacità retorica che solo un cantore del territorio è in grado di possedere, creando quindi una tensione tra contenuti personali, inusuali e la professionalità delle guide.

Alessandra Scola. Ascolta qui l’audioguida dell’immagine.

Nel testo curatoriale della vostra mostra è stato scritto che da questa emerge il racconto di “un turismo ricordato o sognato e di una decisa volontà di voltare pagina, andando oltre all’attuale impasse, ma anche oltre al turismo massificato del recente passato.” Il progetto è stato poi però presentato in un momento di riapertura, in cui i turisti sembrano poter riprendere a riempire le strade della nostra città. Ad oggi quindi come interpretereste le riflessioni emerse grazie a Moreover? Quali gli spunti per una rielaborazione o valutazione del mondo del turismo in generale e di quello lariano in particolare?

Non è semplice dare una risposta univoca ed esaustiva a una domanda così complessa. Non lo è in relazione alla complessità del tema e del momento storico, ma soprattutto al fatto che non abbiamo ricevuto una risposta univoca dai professionisti con cui abbiamo lavorato. Il progetto è nato ben oltre la fine della prima ondata, diremmo all’inizio della seconda. In un momento in cui le menti di tutti erano già stanche e preoccupate, in cui la nostalgia del lavoro sembrava avere la meglio sul bagaglio critico sviluppato durante il tempo. Tuttavia il risultato è stato sorprendente e non rilegato solo allo stallo pandemico del turismo: molte delle riflessioni sviluppate durante gli incontri hanno riguardato dinamiche di settore che coinvolgevano le guide e i tour manager ben precedenti alla pandemia.

Tornando alla tua domanda, come collettivo artistico non osiamo valutare il mondo del turismo lariano o in generale, ci occupiamo piuttosto di offrire delle riflessioni critiche, a chi prende parte nei nostri progetti in prima battuta e al pubblico a cui proponiamo i risultati degli stessi, in secondo luogo. Per quanto, come tutti, non siamo scevri di convincimenti e opinioni, crediamo fortemente che a noi spetti porre domande, non offrire risposte, da qui anche la scelta di utilizzare immagini spesso piuttosto enigmatiche nei nostri lavori. E quindi lasciamo al pubblico risposte e valutazioni.

Alessandra Scola. Ascolta qui l’audioguida dell’immagine.

Algæ Festival – La città trama vuole mettere in luce il potenziale narrativo delle immagini, eppure in questo progetto la fotografia non è solo racconto, ma strumento di autoanalisi, di elicitazione e di indagine del sé. Pensiamo allora alle fotografie che sono state infine selezionate, accostate e allestite negli spazi degli info point e sulla facciata dell’imbarcadero cittadino: sono queste immagini un punto di arrivo o di partenza per la riflessione che Moreover si prefissa di innescare? E quali sono i molteplici ruoli dell’immagine nella pratica di Voce?

Un progetto come Moreover può avere senso solo se considerato punto di partenza. Da subito abbiamo voluto rifuggìre una narrazione dell’inattività dovuta alla pandemia. Abbiamo voluto invece interrogare Alessandra, Corrado, Davide, Cristina, Giusi e Pietro sul futuro della propria professione, sforzandoci di intravedere nel momento stantio un’occasione di analisi e di ripartenza.

L’immagine è un punto di partenza dal quale vogliamo far partire i nostri partecipanti e allo stesso tempo è il punto d’arrivo del nostro processo autoriale, sia quando ci occupiamo di un archivio o dell’editing di un corpo di lavoro partecipativo, sia quando scattiamo noi, rispondendo all’input nato dalla partecipazione. Pensiamo quindi all’immagine come a un’esperienza circolare che apre ad un processo escatologico e dialogico.

Cristina Moreschi. Ascolta qui l’audioguida dell’immagine.

Avete già iniziato a lavorare a nuovi progetti? L’esperienza con Algæ Festival ha influito in qualche modo sulla vostra pratica o sul vostro metodo di lavoro?

Abbiamo in cantiere molte idee e proposte che inizieremo a presentare a partire dall’autunno. Ci piacerebbe allargare i nostri orizzonti lavorativi e portare questo tipo di pratica in contesti molto diversi che non siano necessariamente legati al mondo della fotografia. Questo è infatti uno dei nostri obiettivi, sdoganare la partecipazione dalla sua identità laboratoriale e terapeutica e rivendicarla come pratica autoriale radicale. Lavorare a Moreover ci ha sicuramente dato spunto per nuove pratiche e metodologie e siamo grati di questa esperienza, che è stata un’opportunità di crescita professionale e personale.

Pietro Radoicovich. Ascolta qui l’audioguida dell’immagine.

Questo spazio e questa conversazione nascono anche perché su La Beula ci piace conoscere e raccontare l’identità, la personalità e il percorso che si nasconde dietro una ricerca artistica o un progetto. Chi sono Erica e Matteo dietro il collettivo voce? Quali sono le strade che vi hanno portato a legarvi in questa forma?

EB: Io sono un’insegnante e fotografa, oltre che una studentessa di psicologia e arteterapia che ha un forte legame con l’immagine fin dalla tarda adolescenza. Dopo aver fotografato su commissione per diversi anni, ho preso consapevolezza del mio percorso e ho deciso di proseguire con una pratica artistica personale.

MS: Sono di base un graphic designer con un focus sulla grafica editoriale e sul photobook. In seguito a un master in fotografia documentaria ho deciso di integrare progetto grafico, fotografia e scrittura in un’unica pratica corale e istintuale. Con i miei progetti personali mi interesso principalmente di marginalità, sia questa sociale, geografica o economica. Lavoro su progetti a lungo termine.

CV: Esiste intanto un legame territoriale: siamo entrambi cresciuti sulla costa orientale del lago Maggiore, ci piace pensare che questo abbia influenzato un immaginario poetico comune. E poi c’è una totale comunione d’intendi, di obiettivi, si ricerca iconografica, di visione della fotografia, e dell’essere autori. Benché proveniamo dalla stessa zona, ci siamo conosciuti piuttosto tardi, abbiamo notato come molte pratiche coincidessero e abbiamo iniziato a collaborare su alcuni progetti a livello informale, senza avere una vera e propria identità come collettivo. Le cose sembrarono funzionare e decidemmo di provare a continuare a lavorare insieme.

Conversazione a cura di Giulia Guanella,
in occasione di “Algæ Festival – La città trama”, Como, 2021

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