Terra Incognita – Mattia Barone

Conversazioni con le artiste e gli artisti di Como Algæ Festival – La città trama.

Terra incognita nasce dall’incontro tra la ricerca dell’artista comasco Mattia Barone (1994, Cantù) e l’identità del laboratorio d’arte Lab 21, che ha ospitato la sua prima mostra personale a Como. Un incontro segnato dalla passione per la materia, la sua sperimentazione e il suo potenziale espressivo.
La pratica scultorea di Mattia Barone condensa un mondo passato e mitico all’interno di materiali che provengono dal vissuto quotidiano dell’artista, come il legno, il ferro, il cemento e il marmo. Selezionata e assemblata con una logica quasi neolitica, la materia grezza prende forma, spesso sospesa e non finita, dando vita a una ricca collezione di idoli, manufatti e fisionomie che ricercano l’uomo e la sua origine. Proprio su questa produzione si costruisce la struttura narrativa della mostra: un inaspettato ritrovamento archeologico porta alla luce i reperti di un passato dimenticato, materializzando l’esistenza di una città lariana primordiale. Una dimensione antropologica senza tempo, forse una storia alternativa, un passato possibile rimasto in sospeso, bussa alle porte di una società irrefrenabile che, oggi più che mai, vive conflittualmente la propria caducità e finitezza.
In un momento in cui i luoghi di storia e cultura soffrono immensamente, in cui le istituzioni che raccontano e tramandano la nostra identità sono costrette a chiudere, una realtà indipendente come Lab 21 è stata trasformata in museo e laboratorio di una tendenza alternativa: quella di ritagliare spazio alla sensibilità creativa e affidarsi ad essa per aprirsi a una riappropriazione della propria esistenza.

Attraverso una conversazione con le artiste e gli artisti di Algæ Festival – La città trama (Como, giugno 2-13 giugno 2021), la Beula approfondisce ricerche e progetti presentati durante la manifestazione, per conoscerne meglio protagonistə e tematiche. Il terzo appuntamento è con Mattia Barone, scultore canturino che crea attraverso la sua arte manufatti e idoli che sembrano provenire da un mondo mitico e primitivo. Le interviste sono pensate e condotte dalla curatrice del Festival, Giulia Guanella.

Terra Incognita, Lab 21, installazione site specific con le sculture realizzate durante un workshop per bambinə condotto da Mattia Barone

Partiamo dal titolo della mostra. Sappiamo che “terra incognita” è un’espressione usata in cartografia per indicare un punto sconosciuto sulla mappa, concetto che hai preso in prestito per rimandare a un passato mitico, inesplorato o immaginato della città di Como, da cui emergerebbero gli idoli e i manufatti in mostra. Partendo da questa suggestione, avanzerei l’idea che il termine possa rimandare anche a una condizione presente, la dimensione esistenziale di una realtà incerta e difficile da dominare, con la quale le tue opere portano a confrontarsi in un incontro quasi antropopoietico. È possibile dunque intendere la tua “ricerca dell’uomo e della sua origine” come un meccanismo di ricostruzione del sé nell’epoca storica che stiamo affrontando?

Certamente. Credo che l’uomo stesso sia una grande “terra incognita”.

Mi piace che hai affiancato il mio lavoro all’antropopoiesi. L’affermazione del sé attraverso ciò che si fa e che si crea è il punto fondamentale della mia ricerca. Ciò che intendo trasmettere con il mio lavoro non è tanto l’utilità dell’arte, che ormai abbiamo capito non esistere, piuttosto la necessità stessa del creare e del fare. Trovo affascinante come gli antichi si prendessero il loro tempo nel realizzare qualcosa che potesse essere utile non in senso pragmatico ma quasi religioso o che comunque che li facesse stare meglio a livello spirituale. Facendo ciò che faccio spero di trasmettere queste qualità nei lavori che realizzo e, per avere questa forza, penso che guardare una mia scultura isolata su di un basamento, come è solito fare, non si addica troppo al mio lavoro perché si perde ciò che è lo spirito dei pezzi stessi. Grazie allo spazio che mi ha concesso Algae Festival, invece, ho potuto creare il giusto ambiente e la giusta atmosfera per i lavori e devo dire che sono rimasto colpito io stesso del risultato dell’installazione.

Tornando a parlare della necessità di fare arte per autoaffermarsi come individuo, io stesso sono il primo a sentire questa necessità in maniera viscerale. Quando si presentano momenti in cui ho poco tempo per lavorare sento un qualcosa che manca e non sono sereno. Si può dire che in primis quello che faccio è la ricerca dell’essere chi sono attraverso l’arte. Al tempo stesso spero che questa cosa non arrivi agli altri come un’autobiografia o come una cosa legata strettamente alla mia figura, ma che in qualche modo parli in senso universale. Durante la mostra ho avuto delle conferme e mi fa molto piacere sapere che l’intento con cui creo arrivi perfettamente intatto al pubblico. È una bella soddisfazione come artista e come persona.

Da quanto detto finora emerge forte il tema dell’appartenenza. Non a caso questa è la tua prima mostra personale nel comasco, tua provincia di origine a cui sei evidentemente molto legato, ma da cui hai dovuto e voluto allontanarti per cercare un ambiente artistico più dinamico e inclusivo. Che ruolo ha avuto il tuo rapporto con il territorio nella preparazione di Terra Incognita?

È stato fondamentale. Tutta la ricerca presentata in Terra Incognita deriva da uno studio su siti archeologici presenti nella zona comasca e anche nell’altra mia città d’origine, un paesino vicino a Sibari, in Calabria. Sono nato a Cantù ma ho sempre vissuto questa doppia appartenenza avendo origini calabresi e guarda caso anche quella zona è circondata da siti archeologici molto importanti, facendo parte dell’antica Magna Grecia. In entrambi i luoghi vi sono, come detto sopra, sia siti archeologici che musei dedicati ai ritrovamenti. È da lì che è partito tutto, fanno parte del mio quotidiano e ora che vivo a Carrara un po’ mi manca questa impronta. Forse proprio questa mancanza è stata la forza nel voler approfondire questo tipo di ricerca.

Guardando le tue opere è possibile osservare una forza creativa accumulatrice, che compone, accosta, incastona materiali diversi (tutti rigorosamente di riuso) fino a formare figure antropomorfe. Quello che fai con materiali come il marmo, la pietra e il legno, segue invece la logica della sottrazione, attraverso cui fai emergere quasi spontaneamente dalla materia le forme e le fisionomie delle tue sculture. Quale processo ispira di più il tuo lavoro?

Mi piace pensare che il mio modo di lavorare e vedere le cose sia simile a quello degli uomini primitivi. Cercare, osservare, raccogliere, rielaborare queste sono un po’ le fasi della creazione, dedicando la maggior parte del tempo e delle energie alla ricerca di un determinato materiale e all’osservazione. Anche per i materiali che hai elencato come il marmo e il legno il principio è lo stesso. Passo molto tempo nel cercare una forma nel materiale stesso che mi suggerisca cosa fare, non voglio fare la classica citazione a Michelangelo a cui tutti ricorrono; piuttosto penso che sia più adatto Leon Battista Alberti che nel De Statua afferma: “Le arti di coloro che cercano di tradurre nell’opera propria figure ed immagini somiglianti a corpi generati dalla natura, penso che abbiano avuto questa origine. Essi forse qualche volta videro in un tronco o in una zolla o in altre cose inanimate di tal genere alcuni tratti che, con pochi cambiamenti potevano rappresentare qualcosa di molto simile agli aspetti reali della natura. Allora, rendendosene conto ed esaminandoli, diligentemente cominciarono a fare dei tentativi, se mai potessero aggiungervi o togliervi qualcosa e darvi quei tocchi finali che parevano mancare per cogliere ed esprimere completamente il vero aspetto di un’immagine.” Ecco! Questo credo che sia l’ispirazione maggiore del mio lavoro.

Non si può parlare di Terra Incognita senza pensare alla vastissima gamma di materiali in mostra. Particolarmente affascinante è la logica con cui hai realizzato i dipinti esposti, a partire dai supporti scelti. Potresti raccontarci il processo di creazione dei tuoi quadri?

Per quanto riguarda i supporti ho utilizzato perlopiù tessuti che ho recuperato quando lavoravo in un cravattificio. Tessuti abbandonati o che stavano per essere buttati perché presentavano macchie o muffe, tagli o difetti in generale. Sono proprio questi “difetti” a dare origine ai soggetti rappresentati nei miei dipinti. Non parto quasi mai con un’idea specifica o con un progetto, mi lascio trasportare da gesti istintivi e da un accenno di forma. Forse questo è frutto anche della mia mancanza di un vero e proprio studio della pittura “classica”, ma a me va bene così. Non mi definisco un pittore e per questo non mi lascio influenzare dalla tecnica come spesso accade per la scultura. Sento il dipingere molto più libero da preconcetti tecnici. Detto ciò anche i materiali con cui eseguo questi dipinti non sono quelli tipici della pittura, come tempera olio e acrilici, ma piuttosto materiali più idonei alla scultura o ancora meglio all’edilizia, poiché uso principalmente catramina, bitume, cemento, tempera da imbianchino, terracotta in polvere, cera, polvere e molti altri, la lista è lunga. Di conseguenza la pittura assume un carattere materico e si avvicina alla scultura.

Quando senti di poter dichiarare un lavoro “finito”?

Ottima domanda a cui peraltro è difficile rispondere a parole, in quanto si tratta di una sensazione. Quando realizzo un lavoro capisco di averlo terminato nel momento in cui percepisco che, aggiungendo una pennellata o un qualunque gesto, il dipinto o la scultura ne risentirebbero. Perderebbero di forza. È particolare perché essendo lavori tanto istintivi e quasi senza studi a priori, non esiste un momento finale in cui la forma arriva a coincidere con il progetto. Capita dunque che la lavorazione si protragga per anni in un continuo creare e distruggere. Soprattutto i dipinti accolgono continui cambiamenti e va a finire molto spesso che una tela ospiti anche cinque o sei soggetti. È interessante perché le tracce dei dipinti che si susseguono in un modo o nell’altro permangono anche sull’ultimo strato e, anzi, lo influenzano. Ne emerge una sorta di memoria e traccia del tempo. Io lo trovo bellissimo.

La produzione di idoli e feticci è parte fondante della tua ricerca ormai da diversi anni e la fisionomia umana è una costante nel tuo lavoro, anche laddove le rappresentazioni sono astratte o frammentarie. Pensi che la tua pratica potrebbe mai allontanarsi dall’uomo e la sua storia?

Credo proprio di no. Non perché io sia legato a un tipo di arte figurativa, ma perché penso che l’uomo, da che ha coscienza di sé, abbia sempre parlato dell’uomo e non possa fare altrimenti.

Conversazione a cura di Giulia Guanella,
in occasione di “Algæ Festival – La città trama”, Como, 2021

Fotografie di Alessia Venosa

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