Flood, Medication Blues – Nicola Domaneschi, Marco Verdi (Mount Fog)

Conversazioni con le artiste e gli artisti di Como Algæ Festival – La città trama.

Flood, Medication Blues, nasce nel 2013 con l’intenzione di documentare la piena del fiume Po, scegliendo come campo d’indagine un’area geografica relativamente ristretta, tra le città di Cremona e Parma. Qui Nicola Domaneschi e Marco Verdi scoprono l’esistenza di un “piccolo mondo” che popola gli argini del fiume, persone che scelgono deliberatamente di vivere in quei luoghi per isolarsi dalla società urbana.
Flood, Medication Blues racconta un paesaggio estremo, aree percepite come distanti e minacciose, che portano i segni di un crescente inquinamento causato dallo sviluppo di siti industriali lungo le sponde del fiume, progressivamente abbandonate. Nonostante ciò, alcune persone mantengono un fortissimo legame con questi luoghi e decidono di trascorrervi gran parte del loro tempo, preferendo questo tipo di vita rispetto alle comodità della città o del paese. Il loro desiderio di isolamento dai contesti urbanizzati ha però poco a che fare con povertà o emarginazione. Il loro legame con il fiume è così forte da spingerli a rifiutarsi di lasciare le loro abitazioni illegali anche quando seriamente minacciate dall’alluvione.
Affascinati dalla relazione simbolica ed emozionale che esiste tra l’uomo e il paesaggio naturale, i due artisti hanno indagato la particolare spiritualità di queste comunità rurali, passando del tempo con loro, entrando in contatto con una realtà che fino ad allora avevano percepito o conosciuto solo attraverso racconti di terzi. La loro esperienza personale di questi luoghi si riflette nelle fotografie che compongono Flood, Medication Blues, presentate in occasione di Algae Festival 2021 nella sede di Terzo Spazio Como, per la prima volta accompagnate da un’installazione sonora immersiva composta a partire da field recordings, suoni organici e strumenti elettronici.

Attraverso una conversazione con le artiste e gli artisti di Algæ Festival – La città trama (Como, giugno 2-13 giugno 2021), la Beula approfondisce ricerche e progetti presentati durante la manifestazione, per conoscerne meglio protagonistə e tematiche. In questo secondo appuntamento, Nicola Domaneschi e Marco Verdi raccontano la ricerca del collettivo Mount Fog e le potenzialità di ampliare il potenziale espressivo delle immagini attraverso il suono. Le interviste sono pensate e condotte dalla curatrice del Festival, Giulia Guanella.

Flood, Medication Blues affonda le sue radici nella volontà di documentare una ristretta area geografica sulle sponde del Po, le cui condizioni ambientali e di vita sono narrate dal corpus di immagini e registrazioni sonore che compone il vostro lavoro. Tuttavia, l’installazione allestita al Terzo Spazio a Como non sembra volersi attenere a una realtà fedelmente documentata, ma assume le forme di un realismo quasi magico, attraverso l’intreccio di fotografia, audio e video. Che tipo di conoscenza o esperienza vi interessa restituire dei luoghi in cui scegliete di ambientare i vostri progetti?

È una domanda molto interessante: possiamo sicuramente affermare che l’origine di Flood, Medication Blues si è ramificata in direzioni che all’inizio non pensavamo di esplorare. Quando abbiamo iniziato a scattare le prime immagini, nella contingenza della grande piena del 2013, eravamo particolarmente colpiti dalle possibilità documentative che la situazione ci offriva: il paesaggio profondamente trasformato dal fiume è stato, emotivamente, un affascinante spettacolo tragico, rappresentando per noi un fondamentale innesco. Era, forse, anche un modo per mettere alla prova la nostra capacità di analisi del paesaggio dopo un fenomeno fortemente impattante come l’alluvione. Con il passare del tempo, però, ci siamo resi conto che il lato puramente documentario non ci interessava poi molto; crediamo che l’alluvione e la piena del Po siano diventati sempre più una metafora, un fondale strutturato sul quale innestare nuove possibilità espressive.

L’installazione allestita al Terzo Spazio a Como è senza dubbio risultato di questo approccio stratificato, riflette la lenta e costante mutazione di un progetto iniziato molti anni fa e divenuto sempre più complesso e metaforico. Sicuramente esiste una duplicità nel nostro lavoro: spesso partiamo da un’estetica vicina al documentario, per poi disattenderne quasi del tutto i presupposti, come in questo caso. Forse, quello che ci interessa di più è aprire varchi nella realtà oggettiva delle cose, a volte può trattarsi di una via di fuga o al contrario di una porta d’accesso. Quindi per noi l’esperienza è un fattore decisivo.

Flood, Medication Blues. Estratto dall’installazione sonora proposta al Terzo Spazio Como, 4 – 6 giugno 2021

È evidente che tessiate un forte dialogo con lo spazio e l’ambiente, sia esso naturale o urbano, in cui vi muovete. Eppure Flood, Medication Blues narra l’incontro con un piccolo mondo, una comunità di pescatori che vive sulle rive del fiume. Come avviene l’incontro e l’avvicinamento con le persone che abitano questi luoghi? Come entra la dimensione antropologica nel vostro lavoro?

La relazione che cerchiamo di instaurare con i luoghi in cui ci muoviamo è una diretta conseguenza di ciò che siamo come individui e dello sguardo che esercitiamo su quello che ci circonda. L’interpretazione, soprattutto, è un aspetto per noi fondamentale: quando scegliamo di agire in un determinato contesto, lo spazio e l’ambiente sono soggetti alla nostra volontà interpretativa, lo scambio però deve essere continuo, la sintesi assomiglia ad una metamorfosi in senso letterario, dove la trasformazione è centrale. Anche l’incontro e l’avvicinamento progressivo con le persone che abbiamo ritratto in Flood, Medication Blues non è per nulla casuale, ma c’è stata una volontà forte di farlo accadere. Forse è stato come se, in fondo, l’essere parte del paesaggio o provare un’attrazione connaturata per il territorio fluviale, ci avesse messo nella condizione di costruire una relazione “tra pari” con il “piccolo mondo” che popola gli argini del fiume. L’introduzione dell’esperienza del dialogo con queste persone, forse ancora più che la cristallizzazione di un ritratto, ha contribuito in maniera fondamentale al progetto. Il risultato di queste relazioni, infatti, non è direttamente tangibile, ma è stato sedimentato e ha contribuito a plasmare la nostra comprensione e interpretazione del contesto.
La lente dell’antropologia è una chiave di lettura plausibile, che troviamo interessante soprattutto nell’ottica di un’esegesi del nostro lavoro, ma non c’è stata una volontà dichiarata di approfondire questo aspetto.

Un progetto come Flood, Medication Blues tocca diversi temi su cui si potrebbe aprire una discussione, a partire dalla questione ambientale fino al forte attaccamento ad alcune tradizioni territoriali e di comunità, così come alle memorie, ai rituali e alle credenze che vi sono legate. Attraverso il vostro lavoro vi sentite di aprire possibili nuovi punti di accesso a queste tematiche?

Certo, sicuramente nel nostro lavoro sono presenti in qualche modo tutte le tematiche da te citate. Come già espresso in precedenza, però, il nostro lavoro parte da presupposti molto più metaforici; forse nel tempo lo stesso concetto di alluvione (flood) è diventato anche qualcosa di altro rispetto al puro dato oggettivo. “Flood, Medication Blues” è un lavoro che ha attraversato varie fasi della nostra vita, non solo artistica, e in esso si sono inevitabilmente condensati diversi aspetti della nostra poetica e della nostra pratica, stratificati e sedimentati nel corso di anni di tentativi e sperimentazioni. 

Sicuramente è un lavoro che riflette anche su concetti quali le memorie e le tradizioni territoriali ed è radicato nella consapevolezza ambientale; è indubbio che questi temi giochino un ruolo anche pesante, sia nello sviluppo che nella lettura del progetto, così come un certo senso tragico e ciclico degli avvenimenti.

Il tutto è stato concepito però con molta spontaneità e libertà, il nostro lavoro non è soggetto a pressioni esterne. Volevamo creare qualcosa che riflettesse lo “spirito dei luoghi”, ma scollegandolo dalla narrazione tradizionale che già diversi “fotografi del fiume” avevano intrapreso sicuramente molto prima di noi.

Per noi il lato emotivo di questo lavoro è molto importante: prelevando una porzione del reale che scorre davanti ai nostri occhi, cristallizzandolo in un’inquadratura, oppure amplificando un suono minimo attraverso i microfoni, stiamo cercando di aprire quel varco, quella crepa nella realtà e nella quotidianità, che per noi è fondamentale. Ed è in questa nuova apertura sulla superficie del reale che vorremmo portare anche chi fruisce del nostro lavoro. Quel “nuovo” punto di accesso che sentiamo nostro è proprio questa suggestione della dimensione altra, un luogo dove si incontrano simboli, credenze, anomalie, volti e suoni che aprono nuove vie per infiniti paesaggi interiori.

Permetteteci quindi di entrare di più nel dettaglio della vostra pratica. L’aspetto tecnico nel vostro lavoro è complesso e rigoroso e sottende una lunga elaborazione, sia in fase di progettazione che esecutiva e di allestimento. Quali sono le fasi in cui si costruisce il dialogo tra fotografia e suono? Pensate che i due elementi possano essere separati o rappresentano un’unica narrazione inscindibile agli occhi e le orecchie del pubblico?

È vero, Flood, Medication Blues è il lavoro forse più complesso al quale abbiamo lavorato finora, o perlomeno il più stratificato. In verità è un progetto che è stato smontato e riassemblato più volte, è quasi un progetto aperto per noi, usato anche come personale laboratorio per costruire nuovi approcci espressivi.

Suono ed immagine sono per noi due entità definite che decidiamo di usare in base al risultato che di volta in volta vogliamo ottenere. Non sono assolutamente una narrazione inscindibile. In Flood, Medication Blues sono complementari, ma crediamo che la materia visiva e sonora si debba utilizzare con molta libertà. Un’immagine può già contenere un intero paesaggio sonoro e viceversa il suono ha il potere di generare immagini anche molto potenti nella mente dell’ascoltatore più attento. Noi ci muoviamo in questa direzione, ad esempio utilizzando il suono come amplificazione del paesaggio per farne emergere la matericità, la costituzione.

Parlando di Flood, Medication Blues, sentivamo la necessità di espandere il lato visivo, volevamo innestare qualcosa che aiutasse ad aprire una dimensione percettiva ulteriore. L’installazione allestita al Terzo Spazio ci ha dato la possibilità di costruire un ambiente immersivo in cui far dialogare diversi medium, ampliando in qualche modo l’esperienza del live set audiovisivo che comunque continuiamo a proporre.

Se da un lato il nostro approccio progettuale è libero da costrizioni esterne, il processo con cui decidiamo di elaborare i lavori è decisamente rigoroso, complesso forse piú dal punto di vista concettuale e semantico che strettamente tecnico; l’idea deve essere distillata e lo sviluppo di un progetto non è mai istintivo, ma attentamente mediato anche rispetto alla necessità di utilizzare o meno determinati mezzi espressivi.

Questo spazio e questa conversazione nascono anche perché su La Beula ci piace conoscere e raccontare l’identità, la personalità e anche il percorso che si nasconde dietro una ricerca artistica o un progetto. Chi sono Marco e Nicola dentro il collettivo Mount Fog? Quali sono le strade che vi hanno portato a legarvi in questa forma?

ND: Ho iniziato ad interessarmi alla fotografia mentre studiavo Graphic Design in Accademia. Non mi considero un fotografo, uso la fotografia perché insieme al suono è uno dei mezzi che sento più vicini al mio modo di filtrare il mio punto di vista, di elaborare concetti o strutturare emozioni.

MV: Ho una formazione scientifica e mi sono specializzato in suono e acustica, campi nei quali svolgo oggi la mia attività professionale.

ND+MV: Tutto parte da qui: dopo la fine di esperienze musicali comuni, il nostro percorso prosegue radicalizzando l’approccio alla sperimentazione sonora. Parallelamente, un crescente interesse condiviso per le arti visive ci porta a sperimentare ed espandere la nostra ricerca attraverso le diverse possibilità espressive date dall’interazione tra immagine e suono. È stato proprio il background musicale che ci ha portato, all’inizio sicuramente in maniera ingenua ed acerba e poi più consapevolmente, ad applicare lo stesso concetto di “band” all’immagine: larga parte delle fotografie dei nostri lavori è realmente scattata “a quattro mani”… così come il materiale sonoro è elaborato in maniera ugualmente condivisa. Poi abbiamo creato Mount Fog insieme a Erich Grunewald nel 2011. Abbiamo tutti formazioni diverse, anche se tendiamo a non chiuderci mai all’interno delle nostre competenze specifiche. La circolazione di idee, la sedimentazione e la mediazione sono sempre state le chiavi per sviluppare un progetto; lavorare in questo modo è molto stimolante, anche se può non essere semplice o immediato. Tuttavia ciò che rende longeva la nostra collaborazione all’interno di Mount Fog è sicuramente una visione coesa su quello che ci interessa esplorare come collettivo.

Nicola Domaneschi e Marco Verdi

Conversazione a cura di Giulia Guanella,
in occasione di “Algæ Festival – La città trama”, Como, 2021

Fotografie per gentile concessione degli artisti

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