LAST MILE – Marco Barbieri

Conversazione con Marco Barbieri sulla mostra presentata al festival Ecolario – Eventi sostenibili

Nel 2020, in particolare durante il periodo di lockdown, il numero dei consumatori online è cresciuto rapidamente a scapito dei tradizionali modelli di acquisto in negozio. Molte aziende hanno dovuto adeguarsi a questa nuova situazione che ha portato a un ripensamento dell’intera filiera, dal trasporto delle merci alla relazione con il cliente. Spinti anche dal Green Deal europeo, i soggetti coinvolti hanno la necessità di evolvere ad un sistema sostenibile per l’ambiente, dandosi come obiettivi la riduzione delle emissioni di CO2, l’utilizzo di energie rinnovabili, e il riuso del packaging.

Ma, nei discorsi su nuovi modelli di governance, di digitalizzazione e di sostenibilità, quello che spesso passa inosservato e che risulta addirittura invisibile al consumatore finale, è lo spazio (reale, fisico, urbano) di cui le aziende hanno necessariamente bisogno per sostenere questo flusso di scambi e acquisti. Spazio dove ricevere, stoccare, smistare e movimentare le merci in vista della consegna a domicilio.

La mostra LAST MILE, proposta dall’Associazione La Beula e curata dal collettivo di Algae Festival Como in occasione della seconda edizione di Ecolario – Eventi Sostenibili, nasce da un progetto di ricerca del fotografo varesino Marco Barbieri che si pone l’intento di indagare gli effetti del modello di consumo basato sugli acquisti online e suo impatto significativo su ambiente e tessuto sociale. Con la vocazione emozionale della fotografia di paesaggio e lo sguardo indagatore del reportage visivo, la mostra si configura come un racconto del processo di espansione degli hub logistici in diverse province lombarde, che costellano il territorio secondo la logica del last mile: l’ultimo miglio che copre la distanza tra il magazzino situato in area periurbana e la consegna direttamente a casa. La ricerca fa emergere con inquietudine l’effetto che questi luoghi hanno sulla vivibilità delle aree urbane a loro limitrofe che si trovano sempre più condizionate dal loro forte impatto visivo e ambientale, generando immagini di una provincia provata, sospesa in una perenne riorganizzazione.

Il corpo di fotografie è accompagnato da alcuni estratti dell’ultima pubblicazione dell’architetta e fotografa Elena Franco, che si occupa di rigenerazione urbana e territoriale: Commercio e logistica. Criticità e sfide per il governo del territorio.

Attraverso una conversazione tra il collettivo di Algae Festival Como, che ha curato la mostra LAST MILE all’interno del festival Ecolario e il fotografo Marco Barbieri, La Beula approfondisce le tematiche presentate durante l’evento.

Il tema centrale della mostra prende il via da una tua suggestione nata durante il periodo di primo lockdown, ovvero dall’idea di indagare visivamente l’ “ultimo miglio”, ovvero l’ultima tappa del viaggio che la merce compie spostandosi da un hub logistico verso la sua destinazione finale. Come nasce l’interesse per questo tragitto?

Quello che mi ha colpito fin da subito, quando ho iniziato a leggere e a documentarmi sulla logistica, è stata proprio la definizione di Last Mile, l’ultimo miglio, la breve distanza che manca per raggiungere la destinazione. Ho cercato di astrarre il più possibile questo concetto pensando allo sviluppo del sistema logistico e alle inevitabili conseguenze ambientali e culturali che ne seguono. Molto spesso si legge che si sta facendo di tutto per rendere il processo sostenibile, nel rispetto delle politiche del Green Deal, ma la mia sensazione è che manchi sempre qualcosa, che manchi sempre quell’ultimo miglio per portare a termine il tragitto senza incidenti di percorso.

Quale ti immaginavi potesse essere l’effetto di dare un volto a quest’ultimo miglio?

Conosco molto bene il paesaggio della provincia lombarda e le sue caratterizzazioni. La questione più interessante secondo me è la gestione dello spazio, fisico e culturale, a chi spetta questa gestione? Di chi è  questo spazio e come lo gestisce, o come si dovrebbe gestire. Ci sono degli enormi spazi  vuoti  o abbandonati, che sono luoghi e stanno diventando non-luoghi.

Come hai operato una selezione dei luoghi da mappare nella tua ricerca? E quali sono state le tue prime impressioni nel percorrere questi spazi?

Ho cercato fin da subito fonti, studi, articoli di riviste di settore e pubblicazioni in genere che parlassero di questo tema. Ho tracciato i confini di quella che viene chiamata Regione Logistica Milanese, una costellazione di hub di scambio e di infrastrutture che serve tutto il Nord Italia. Ci sono imponenti direttrici di flussi di merce e noi viviamo senza dubbio su una di esse. La logistica non è certo un fenomeno nuovo, anzi è molto consolidato. Non è difficile, percorrendo le nostre strade provinciali, imbattersi in aeree industriali completamente dedicate alla movimentazione della merce.

Nel sviluppare il corpo di immagini per la mostra ti sei concentrato anche su alcuni contesti di vita urbana, sulla loro estetica e le loro forme spesso inaspettate. Cosa ti ha sospinto verso l’indagare anche questi luoghi? Qual è il rapporto tra la costruzione ossessiva a servizio della logistica e questi spazi di vita?

Il mio interesse principale è per il paesaggio e senza dubbio il paesaggio è composto anche dalle persone che lo abitano. Ho cercato di fotografare oltre i capannoni, i cantieri, e le nuove infrastrutture, e anche oltre i negozi di paese chiusi e le serrande abbassate. Quello che mi ha colpito è che questi luoghi sono connessi tra loro, sia parlano – o sono costretti a farlo – perché sono collegati dalla stessa strada o sono vissuti dalle stesse persone, seppure il tono di voce del grande hub sia diverso da quello della villetta con giardino o del condominio di quattro piani.

Osservando le tue fotografie e approfondendo le tematiche che esse sollevano, sembra emergere una specifica identità che accomuna le zone di provincia forse ancora sconosciuta ai più. Nonostante la continua trasformazione di queste aree sia sempre sotto gli occhi di chi le attraversa, il rapporto tra la visibilità imponente di hub e infrastrutture e la narrazione di etereità, rapidità e leggerezza che domina i discorsi sulle nuove tecnologie di acquisto e produzione merce emerge più contraddittorio che mai. Quanto è importante la presa di coscienza sugli effetti che queste modalità di consumo hanno sullo spazio? E quanto ne siamo, ad oggi, consapevoli?

È un tema delicato e anche molto complesso. Non sono certo io a poter dire cosa sia giusto o sbagliato. Ci sono vantaggi economici e pratici – la velocità, il risparmio – che si scontrano con l’armonia dell’ambiente – l’inquinamento ed emissioni – e con la sostenibilità sociale – le condizioni di lavoro – . Questa frizione porta anche ad una perdita di identità locale, di specificità del territorio.  Io credo che la cosa migliore da fare sia prendere consapevolezza che ciascun nostro comportamento o scelta economica avrà un effetto diretto in questo enorme processo collettivo.

Il corpo di immagini in mostra a LAST MILE si presenta come uno spunto iniziale per un approfondimento di queste tematiche che, oltre a toccare temi e sfumature complesse, potrebbero portare il nostro sguardo a posarsi su moltissimi altri aspetti che interessano le contraddizioni del nostro uso dello spazio, la sostenibilità delle nostre pratiche e l’organizzazione del quotidiano. Ci sono già alcuni elementi a cui ti interesserebbe estendere la tua ricerca visiva?

Il lavoro è sicuramente parziale ed è certamente un spunto da cui approfondire. Molte situazioni sono allo stadio iniziale, e molte altre costruzioni o rigenerazioni prenderanno vita nei prossimi anni, Mi piacerebbe molto che questo lavoro inauguri un’osservatorio stabile dell’Area Logistica Milanese, che proponga riflessioni di altri autori, usando anche altre discipline.

Conversazione su LAST MILE con Marco Barbieri
in occasione di “Ecolario – Eventi sostenibili” 5-8 maggio 2022


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