La pena del soldato

Beh, non saprei… vediamo… potrei… sì, potrei raccontarvi una storia. Una cosa che mi è successa tanti, tanti Natali fa, sì, proprio la notte della vigilia. Ah! Chi se la scorda più! La volete sentire? Ecco, sì, dunque… è un po’ che non la racconto, eh! Eh! Sono un po’ arrugginito. È successo qui, tra queste stesse quattro mura. Ah! Ah! Che ricordo! Ancora sorrido se ci penso, sapete? Mi han tutti preso per matto per tanto di quel tempo. Mia nipote addirittura voleva mandarmi dal dottore. Ah! Ah! Eh, sono tempi passati, ora è tanto che non la vedo… Ma bando agli indugi, comincio a raccontare.

Insomma, era una vigilia di Natale di diversi anni fa. Sarà stato verso le dieci della sera. Ero appena tornato dal cimitero di Parzano come faccio sempre il ventiquattro – ci vado a fare una preghiera, così, non tanto perché ci sia là qualche morto che voglio ricordare. Io d’altronde non sono mai stato molto credente e non frequento la chiesa, nemmeno per la messa di mezzanotte. Poi a quell’ora, in dicembre, ah! Sapete, mi viene sempre un tal sonno, sarà il calduccio di casa, la neve che vien giù.

Dunque, mi ero steso davanti alla stufa e già la testa tutta insonnolita mi ciondolava di qua e di là. D’un tratto tuc tuc! Ho sentito bussare alla porta. Pensavo di essere ancora mezzo addormentato e quindi non ho chiesto subito “chi è?” perché magari me l’ero sognato. Eh, d’altra parte chi è che c’è in giro di sera a Corogna? Ho aspettato un secondo e di nuovo tuc tuc! Allora mi son deciso ad andare a vedere.

Ho aperto appena uno spiraglio e c’era lì impalato questo strano individuo, tutto intabarrato, avvolto in un pastrano marrone da cui spuntavano solo degli occhi castani e lucidi per il gran gelo. Aveva fame e freddo, come potete immaginare, e mi ha chiesto se potesse entrare. Era vecchio, un po’ meno di come lo sono io adesso, e sembrava proprio un barbone, o come si dice… un senza tetto. Ammetto che sono stato un po’ lì incerto sul da farsi però alla fine – Santo Cielo, era Natale! – l’ho fatto entrare.

Appena dentro gli ho preso il cappotto, che ho appeso a quell’attaccapanni lì, e l’ho fatto accomodare accanto alla stufa, proprio dove sei seduto tu adesso. È ben strano eh, che me lo ricordi così bene ancora oggi. Già. Però, vi dico, mi è proprio rimasto impresso. Ma sentirai adesso! Cioè, sentirete! Gli ho domandato se per caso volesse una scodella di zuppa – non per vantarmi, ma era fatta con le verdure dell’orto che allora avevo su dalle parti del sentiero del Brolo – e lui ha assentito: «Oh, sì sì, par amur dal ciel! Un zichinin de supa e un tuchetin da pan» e in un baleno se l’è ben ben sbafata, ah!

Per il resto era assolutamente taciturno, per quanto io provassi a parlargli, a chiedergli chi fosse e da dove venisse, lui continuava a rispondermi vago: «Ma regordi pü» e poi «miseria che frecc che ‘l fa». Dal canto mio non mi disturbava avere qualcuno in casa e comunque mi faceva una bella impressione, non era nient’altro che un omino molto attempato.

Nel frattempo si era ormai rifatto dal freddo e dalla fame e si era messo in una posa tutta sua, un po’ riflessiva. Quasi quasi le lancette dell’orologio a muro qua sopra segnavano la mezzanotte e ancora niente, non si decideva a parlare. Sembrava proprio un po’ rimbambito, lì seduto con lo sguardo un po’ perso nel vuoto… Intanto era calato un gran silenzio. Io tamburellavo le dita sul profilo di quella finestra che dà sulla strada tu-tu-tuc tu-tu-tuc! E non osavo fissarlo troppo perché mi pareva scortese. Anche lui però, niente, eh! Non si muoveva di un centimetro.

Beh, sta di fatto che ero dietro a sbadigliare sonoramente e le palpebre mi si eran fatte pesanti. Per smuovere un poco la situazione allora ho provato a buttar lì: «ma, senta buon uomo, vuol fermarsi qui per la notte?». Non che ci tenessi, eh! Ma ve l’ho detto, il sonno… e poi io son fatto così, se posso aiutare, aiuto.

Solo in quel momento il cervello gli si è risvegliato da che era nel suo addormentato letargo: «Oh no, par amur. Vöri mia vess inscì un disturbo. Che ura l’è? Ostia! L’è già mo cinq minoet a la meza!». Allora si è tirato in piedi come un fulmine: «G’o de scapà via!». In quattro e quattr’otto, fum, ha preso il cappotto, s’è ri-intabarrato e quasi ha aperto la porta da solo mentre ancora si stava facendo su nel pastrano. «Ah, fiö de Dio, cume l’è tardi!». E io: «Ma è sicuro? Dove va a quest’ora?». «Oh, ‘l ga no de preocupas. U de nà a truvà un amis! Uh signur cume l’è tardi! Grazie eh! Grazie!». E poi, puf, se n’è andato! Ero un po’ tra il sollevato e lo sbigottito – si capisce, no? Ho pensato “chissà dove andrà… Un amico?! A quest’ora?! Ah, che tipo!”. Ed era in effetti un bel tipo. Ditemi voi se è normale fare così!

In quella è scoccata la mezzanotte precisa. “Sarà quel che sarà” mi son detto. Sono rientrato e ho richiuso la porta. Ah, a proposito della porta: prima era una porta vecchia, ma adesso l’ho fatta cambiare, vedete? È nuova! È venuto qua mio genero e l’ha fatta sistemare. Se devo dirla tutta io non sono granché convinto che abbia fatto tutto questo gran lavoro di fino, ma come faccio a dirglielo? Poi mia figlia anche si risentirebbe, no, no. Diciamo che poteva farlo meglio, ecco.

Comunque, dicevo, ho chiuso su la porta e niente, ero ancora io solo, come prima. Mi son messo a sistemare un po’ la poltrona e ho lavato via la sua scodella. E sbadigliavo, sbadigliavo. D’altro canto, a me a dicembre viene sempre un gran sonno, sapete? Non lo so, sarà il calduccio di casa, la neve ch… Come? L’ho già detto? Ah sì, sì. Pardon.

Insomma, ero lì pronto ad andare a letto quando ho buttato l’occhio sotto il piedino della poltrona e ho visto che c’era una vecchia fotografia, tutta rovinata e spiegazzata. L’ho presa su da terra piano piano, per guardarla. Sullo sfondo si vedevano il piantone di Verzago e un pezzetto della brughiera e davanti c’erano su ritratti due ragazzotti vestiti da soldato, con delle carabine in mano e un sorriso un po’ forzato, di quelli che si fanno nelle foto – a me infatti non piace fare le foto perché non so mai in che posa mettermi. E pensa! Nella foto uno somigliava tantissimo all’anziano barbone di prima! Anzi, a guardar bene era proprio lui! Ah! Ah! Proprio! Proprio! Ah! Ah! Adesso capirete perché rido.

Sono salito in camera da letto, l’ho appoggiata sul comodino e sono andato a dormire. Mi spiaceva che se la fosse dimenticata lì, ma ho anche pensato “se si accorge tornerà a prendersela domani”. E poi cosa potevo fare? Uscire nella bufera? Beh, poco dopo mi sono addormentato. Eh, aspettate, la parte bella inizia adesso!

Mi sono svegliato quasi subito. C’era qualcosa di strano però, mi sentivo sveglio, ma non ero qui a casa mia. Avevo delle sensazioni insolite… mi sentivo diverso proprio! Forse stavo sognando, sì, ma mi sembrava proprio di sentirmi, di toccarmi e anche quel che vedevo, poi, era lì che potevo in pratica afferrarlo. Persino gli odori me li ricordo! Tutto quello che avevo fatto la sera però, compresa la visita dello strano signore, mi sembrava di non ricordarmelo più. Ah! Lo so che è assurdo! Come dite? Un sogno? Ma sì, sì, appunto, può anche darsi, ma vi assicuro, non era un sogno normale, dovete credermi! Ho vissuto una cosa vera, non un sogno e basta! Comunque fatemi andare avanti prima di giudicare.

Insomma, ero lì che vedevo tutto come da una cartolina, ma nella cartolina c’ero anch’io! A una prima occhiata sembrava che fossero i dintorni di Saronno – lo so perché da piccolo ho abitato un po’ lì vicino. Due soldati erano appoggiati a un piantone e tutto attorno c’era uno sfacelo terribile: buchi per terra che mandavano fumo, cadaveri ribaltati nel fango e uomini disperati che correvano qua e là come matti. Una visione bruttissima! Erano feriti malamente, piangevano e urlavano e erano rossi di sangue su tutto il petto tanto che facevano addirittura fatica a respirare. Mentre provavano a parlarsi ho capito che uno si chiamava Pedar e l’altro Carlett. Si vedeva che si volevano bene! Ho aguzzato lo sguardo per vederli meglio e di cosa mi accorgo?! Erano proprio identici ai due della foto che avevo sul comodino! Il barbone e il suo amico, le stesse pettinature e gli stessi vestiti! E lì sì che ho pensato di essermi ammattito. Mi sono stropicciato gli occhi, dato di quei pizzicotti forti che mi son rimasti i lividi, ma ero ancora lì, fermo impalato.

Un attimo ancora dopo non so come ero lì con loro all’ospedale da campo e potevo sentirli parlare. Non si poteva dire chi stava peggio: un attimo sembravano riprendersi, quello dopo urlavano dal dolore. «L’è rivà ul me mument Pedar. T’ho vurü ben! L’è sta bell vess chi insem a ti. Aaah!» diceva quello che si chiamava Carlett. E mentre parlava così sbraitava e singhiozzava che non voleva morire, che a casa sua c’era Luisina, la sua fidanzata, che lo aspettava: «Vurevi salüdala, vurevi basala un’oltra volta! Aaah! L’eva mia de finì inscì. L’è mia giöst! Mi vöri vif!». Non ho mai visto qualcuno così disperato. L’altro, quello che si chiamava Pedar – che poi sarebbe il barbone che è entrato in casa mia, no? Avete capito? – si è messo a piangere. Lui era più dispiaciuto per il suo amico che per sé. «Desmetela de caragnà, Carlett! Te se mia drè a murì! Tal disi mi! Sun mi quel che ‘l mör!». Cercava qualcosa da aggiungere, ma prima che ripartisse a parlare: «Pedar! ‘Scultumm!» gli ha detto Carlett.

Allora si sono fatti una promessa: chi dei due fosse morto per primo sarebbe poi dovuto tornare indietro, da spirito, a trovare quell’altro. A tutti i costi! Pedar si è arrabbiato e continuava a dire all’amico di star “citu” e che “par ul diaul” non sarebbe morto, ma alla fine, visto che Carlett insisteva, ha dovuto accettare: «E va ben, Dio bon! Va ben. Aaah! Se möri mi turni in drè a salüdat. E ti ‘i stess». Poi hanno perso i sensi tutti e due e saluti, buio pesto!

Ah! Adesso vedete che siete belli attenti, eh! È bella questa storia… e poi è vera! Comunque non è finita qua. In un baleno, non so come, era già mattina.

Pedar s’è tirato su tutto dolorante, sudato e con la febbre. Sul lettino di fianco però non c’era nessuno. Pedar un presentimento ce l’aveva già: «Dutuur! In du a l’è Carlett? Che fen l’a fa?». L’avrete capito… A quanto pare, durante la notte Carlett aveva avuto un attacco, gli infermieri e chi era lì avevano provato a calmarlo, a fargli qualche iniezione, ma lui non smetteva di agitarsi – come un’anguilla, dicevano. Dopo poco ha perso di nuovo i sensi e un minuto dopo era andato. Pedar non aveva potuto accorgersi di niente, ovviamente, e la mattina il corpo l’avevano già bello che portato via da qualche ora. Carlett gli era scomparso praticamente tra le mani e lui non aveva avuto l’occasione nemmeno di salutarlo o vederlo un’ultima volta.

Questa cosa di non averlo potuto salutare non gli andava proprio giù. Voleva capire che fine avesse fatto il corpo, dove l’avessero cacciato, ma il dottore gli ha risposto picche: si scusava e gli spiaceva, ma il corpo oramai l’avevano ammassato nei fossi insieme agli altri. Diceva che si era in guerra e non c’era tempo per le cerimonie, tanto meno per la religione. Prima di andarsene poi s’è girato e col tono di chi non sa più riconoscere tra disgrazia e fortuna gli ha detto: «Ah, Pedar, incö l’è Natal. Auguri».

Così Carlett era morto il giorno di Natale. Pedar ancora non ci credeva. Si chiedeva: «Ma da bon el m’a lassà chi da par mi? Oh Carlett! E t’e lassà che nagot?».

Eh, che tristezza… Comunque non era proprio vero che Carlett non aveva lasciato niente, aveva lasciato una foto, o per meglio dire, gliel’avevano trovata addosso! Eh! Eh! E indovinate che foto era!? Eh! Eh! Eh sì! Avete capito, vero? Eh?! No? Ma come no!? Ma sì, scusate! Era la foto che avevo io sul comodino! Proprio lei! La foto di loro due! Ah, comunque, se ci pensate, è stata una bella fregatura, quel poveretto di un Carlett era morto a Natale e neanche lo sapeva.

Intanto passavano i giorni e Pedar stava lì e non si dava pace, Carlett era andato e di lui gli era rimasta solo quella foto di cui non sapeva bene cosa fare. Se la passava tra le mani e pensava, pensava. «Ciao Carlett. Adess te se ti che t’e ghe de rispetà la prumesa! – e una lacrima gli scendeva – mi sun chi a speciat».

Dopo qualche giorno, si mise ben bene d’impegno per trovare il corpo dell’amico, ma cerca di qui, cerca di là, niente da fare. Pur con il massimo sforzo il corpo non si trovava. Per quanto Pedar cercasse, perlustrasse tutta la zona da cima a fondo – faceva tanta di quella strada in un giorno che arrivava a vedere il Seveso – di Carlett non si trovava traccia. Passò – vi assicuro – settimane intere in quella ricerca tra i morti. Tutti quei corpi esanimi e marcescenti lo scombussolavano e lo facevano star male, ma non poteva lasciar perdere. «Lü ‘l ga tigneva da bon a la religion e l’emm nanca metü via cum’è un cristian». Bisogna anche dire che Pedar era superstizioso e sapeva anche quanto a Carlett importasse la fede. Pensava di conseguenza che lo spirito di un uomo fedele, costretto da giuramento a tornare per il mondo senza essere stato sepolto da cristiano, non potesse tornarci contento, ma anzi incattivito. O peggio!

I mesi passarono e alla fine Pedar se ne tornò al suo paese. Da tanto non vedeva i suoi paesaggi! Si sentì a casa solo una volta visto il lago – il lago di Alserio intendo. Appena rientrato, dopo aver fatto qualche saluto doveroso e essersi ritrovato con i suoi boschi, si diresse verso il folto degli alberi vicino a dove abitava Carlett. Era il boschetto che passa tra Carcano e Orsenigo, dove sta il sentierello dei Rebecchi… non è lontano da qui. Si incamminò per una vietta stretta e fuori mano, buia anche di giorno e tutta circondata di frasche; in fondo si apriva un piccolo spiazzo. Preso un grosso masso ci incise sopra in qualche modo la lettera C, poi scavò la terra e ce lo infilò come meglio poteva. Da quel giorno andare a vedere quella lapide fu per lui un’abitudine.

Poi si mise in testa di cercare Luisina, la fidanzata di Carlett, salutarla, dirle qualcosa come «Ciao Luisina, sevi un amis del tò murus, Carlett. L’eva un gran omm e mi ga vurevi ben. Condoglianze» e lasciarle la foto. “Ah bene, chissà quante cose si sono detti”, direte voi. E invece no! No perché non ci è poi mai andato a trovarla. Ah! Si vergognava troppo! E sempre per la stessa cosa: il corpo di Carlett era rimasto in un fosso e lui non era stato capace di dargli una degna sepoltura. Di tanto in tanto per la vergogna addirittura si vedeva il cadavere dell’amico ammassato tra gli altri che lo fissava e gli diceva: «Ti ta sevat ul me amis! Perché t’e me mia metü via cumè ‘n cristian?». All’inizio quell’immagine gli compariva solo in alcuni momenti, ma, passano i giorni, passano i mesi, cominciò a perseguitarlo per davvero.

Da lì ha cominciato a bere. Buttava giù un sacco di amari, di grappe, stava sempre in taverna a bere e non parlava con nessuno. Allo stesso tempo aveva anche paura di stare a casa sua da solo perché le pareti di legno facevano eco agli scricchiolii dei mobili e ai fruscii del vento e lui saltava per aria non appena sentiva un cric. Gli pareva poi sempre di essere osservato da qualcuno. Per esempio andava al bagno e aveva poi paura di girarsi indietro, come se mentre lui non ascoltava chissà quali congreghe di spiriti malevoli si infilassero alle sue spalle pronte a sbranarlo. E tra loro, chiaramente, il cadavere putrefatto di Carlett!

La gente intorno ogni tanto lo sentiva parlare da solo e si diceva nell’orecchio: «Oh, por fiö de Dio cume l’è cunscià. Puaret! Ma l’è la guera, la guera schifusa». «Oh, citu! Tal set che i parol inuregià inn mez indiaulà». Il povero Pedar a quel punto non riusciva nemmeno più a nominare il nome del suo vecchio amico, gli faceva troppa paura; né poteva più andare nel bosco alla lapide. Addirittura neanche la loro foto tirava più fuori dalla tasca: se la teneva lì ben chiusa perché non poteva sostenere gli sguardi, né quello di Carlett né il suo.

Soprattutto tra la sera della vigilia e il giorno di Natale, proprio la notte in cui Carlett era venuto a mancare, le sue manie crescevano e diventavano giganti, così come il suo spavento. Allo stesso modo tutti i Natali: la gente andava e veniva per il paese tutta festante e contenta, faceva gli addobbi – ancora non si usava fare l’albero come si fa adesso; è una faccenda americana, sapete? – si trovava a mangiare, pregava e festeggiava mentre Pedar invece se ne stava chiuso in casa a bere e guardava fuori: «’L su, ‘l su che ‘l vegnarà a ciapamm. Lü! Ul me amis! Lü insem al diaul». Quando poi la mattina presto la gente andava al cimitero a vedere i cari – di lì passavano sia quelli che andavano a Parzano, sia quelli che andavano a Carcano – lui non aveva nemmeno la forza di guardarli perché pensava che di ritorno dal camposanto si sarebbero portati dietro qualche diavoletto, pronto per venirlo a punire. Poveraccio come stava… eh, che storiaccia! Ma state su! State su! C’è l’evento cruciale adesso!

È stata una sera del ventiquattro dicembre, una come queste che vi sto raccontando, ben quattro anni dopo che era tornato. Aveva passato in quel suo stato disgraziato tutta la giornata a bere e era, come dicevano in paese, “ciòcc desfà”, tanto che non sapeva neppure più che giorno fosse.

Non riuscendo più a stare fermo tra le pareti di casa che erano tutte un sussurro, in preda ad una furia ha preso ed è uscito di casa. In giro non c’era un’anima – era già notte fonda – e faceva un freddo cane ma per lui tanto faceva lo stesso perché non lo sentiva, imbenzinato com’era. Così d’istinto, senza pensarci, si è diretto mezzo barcollante per la via che va verso Parzano e di lì verso il bosco, dove stava la lapide. Le mani si stavano gelando e lui a passi larghi andava, andava che quasi correva. Cacciava i piedi nella neve e scivolava, si graffiava la faccia con tutti i rami, poi si rialzava e ripartiva come un matto.

Finché, senza rendersi conto, a un certo punto si è trovato lì davanti alla pietra con la C. Disperato come non mai, ha tirato fuori la foto di lui e Carlett dal cappotto come si stesse strappando via una crosta. L’ha gettata contro il buio e con una vociona da ubriaco ha sbiascicato: «Tegn! Tegnala ti, ‘sta futugrafia maledeta! Mi la vöri pü! Basta! Ga n’o assè! Se t’e ghe da vignì a ciapamm, vegn! Mi gu pü pagüra!». Non so dire se si stava rivolgendo al diavolo, al buio o allo spirito di Carlett, comunque per la grande foga l’ubriachezza gli è scesa tutta d’un colpo.

Che silenzio che è calato! Un silenzio padrone, di quelli che si sentono di notte nelle foreste sperdute. Neanche una foglia si muoveva. Si dice che le cose dell’altro mondo in quei momenti si mettano lì in agguato pronte a far vedere il loro volto; che poi quella volta dovessero avere un volto raccapricciante o una faccia amica Pedar non lo poteva sapere. Comunque, proprio da quel gran silenzio, d’un tratto, cric.

Eh! Eh! Era il passo di qualcuno o cosa? No, sono invenzioni della mente, trabocchetti della paura! E perché non faccende vere? Ah! Una mano si è posata sulla spalla di Pedar. Oh, sapeste! È impossibile da ridire! Il solo essere toccato da quella mano l’ha scaraventato indietro nel tempo: alla guerra e all’ospedale da campo, al dolore e alla tristezza, ma anche ai pianti e alle risate, alle mangiate e alle bevute e poi alla morte dell’amico, al senso che la promessa di quattro anni prima aveva avuto. Senza che si fosse girato Pedar aveva riconosciuto il peso di quella mano! Allora un calore l’ha riempito da capo a piedi. Oh, quanto si era ingannato in quegli anni, quanto era stato male per niente!

Ha cominciato a parlare – sempre senza girarsi – e già singhiozzava: «Ma mi t’u vurü ben, t’u amà cumè ‘n fredel! Scüsum!». Stava rivolgendo quelle parole disperate al suo amico scomparso. Cercava di spiegare tutto il male che si era fatto, il bere, la paura, tutta la fatica per cercare il corpo, la tristezza che aveva provato nel trovarsi quella mattina sul lettino solo, senza di lui. E mentre diceva tutte quelle cose al vento piangeva, piangeva e finalmente le lacrime facevano un po’ di spazio nel suo umore disfatto e amareggiato, riempito del senso di colpa. «Scüsum! U fa ‘l pusibil. E ta vöri ben…» – in quella si è fermato un attimo indugiando su quel nome che fino a lì ancora non aveva avuto il coraggio di pronunciare – «Carlett!». E lì sì, si è girato.

Di fronte gli stava un essere schifoso – a dir poco – con gli occhi cascanti e le budella che penzolavano fuori dallo stomaco. Quel relitto che un tempo era stato un uomo faceva impressione e schifo, ma Pedar non aveva paura perché anche in quello stato lo aveva riconosciuto. «Pedar. Sun mi, Carlett!». Eh sì, quella carcassa era proprio il suo Carlett! Si trascinava dietro uno strano, enorme sacco grigio di fascina che sembrava vuoto e però mandava una strana luce variopinta mentre da dentro uscivano come delle vocine che canticchiavano.

Di lì in poi è stato un lungo chiacchierare. Carlett gli ha raccontato della signora Morte, del Paradiso e di San Pietro – che a quanto pare è un simpaticone e fa gli scherzi a tutti gli angeli – e tante altre cose. Pedar era incredulo e rimaneva a bocca aperta a ogni cosa che sentiva sugli angioletti, sulle nuvole e sui coretti delle anime. Gli diceva: «No, ma l’è mia pusibil!». «E cum’è no!?» gli faceva Carlett che ad un certo momento gli ha detto: «Ecu, pröva a vardà chi dentar ul sac!».

Allora ha aperto il sacco ed è venuta fuori una luce immensa che era un po’ rossa e poi un po’ bianca, poi nera come un fumo e poi luccicava come l’argento. Non potete immaginare che voci che si sono sentite! Sembrava un’orchestra di mille e più persone e si sentivano anche il vento, la pioggia, l’odore del bosco e quello del mare… e in fondo in fondo anche le urla dei disperati. Pedar ci ha guardato dentro e… e non ve lo so dire cosa ha visto. Si vede che le cose dei morti le vedono solo i morti e i loro amici.

Insomma, parlottando loro due si è capito che Carlett per tutti quei quattro anni era stato in giro a cercarlo! Finché Pedar – gli spiegava – aveva continuato a guardare la loro foto, lui l’aveva potuto sentire, ma quando l’aveva messa via poi puf, era sparito. Nel parlare, dopo si è anche arrabbiato: «Te gh’evat pagüra de me!? Mi, ul to amis dal cör, che turni per ‘mazat? Martul». Ah! Ah! Pedar continuava a piangere perché era troppo contento: rideva, poi tornava a piangere, poi a ridere e ancora a piangere. Gli assicurava con la mano sul cuore che adesso l’avrebbe piantata lì di bere, sì, sì! E che non avrebbe mai più avuto paura, mai!

Comunque, nel giro di qualche minuto sono arrivati ai saluti perché Carlett doveva tornare su in cielo, o per meglio dire, dentro al sacco! Ah! Ah! «Mi ‘dess u de turnà indrè. Ta ‘l set cume l’è a Natal». Doveva mettersi a fare gli addobbi, le ghirlande e tutto il corredo per il pargoletto nascente e c’era San Pietro che lo aspettava. Solo in quel momento Pedar ha realizzato che era Natale! Come quattro anni prima, anche stavolta cadeva dal pero. Ah! Ah!

Prima di salutarsi per davvero si sono fatti un’altra promessa, stavolta meno spaventosa: tutte le sere tra il ventiquattro e il venticinque dicembre allo scoccare della mezzanotte si sarebbero ritrovati lì in quel punto del bosco dei Rebecchi per salutarsi, contarsi su le novità dell’anno e farsi qualche risata. «E alura sa vedum l’ann che vegn. A la meza, ma racumandi!». «A la meza puntual!».

E basta. Qui, cari miei, finisce la storia! La mattina dopo, quando mi sono alzato, mi sembrava di aver vissuto un’intera vita in una notte. E insomma, ah! Non ero poi tanto distante dalla verità. La foto però era sparita nel nulla, svanita! Raccontavo la storia a tutti qui in paese e pure a quelli di Albavilla e di Orsenigo e nessuno mi credeva. Avevo solo sessant’anni e tutti già mi davano del rimbambito. Ve l’ho detto, no? Mia nipote addirittura voleva mandarmi dal dottore! Ah! Adesso che ne ho novanta suonati magari un po’ sì son rimbambito. Per esempio, la sera, a dicembre, mi viene sempre un tale sonno! Non so, sarà il calduccio di casa, la neve che vien giù… Eh?! L’ho già detto? Ah, sì, sì. Pardon! Ah! Ah!

di Francesco Camagna
illustrazione di Marta di Donna

Marta di Donna, La pena del soldato, monotipo e collografia su carta graphia, stampato con torchio a braccio, 2020
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Francesco Camagna viene dalle zone boschive di Orsenigo, si è laureato in Lettere all’Università degli studi di Milano ed è tutt’ora lì come laureando in Lettere moderne. È tra le altre cose attore – tiene a sottolineare – assolutamente amatoriale in una grande compagnia teatrale; il ruolo che ha interpretato con maggior successo è stato quello di un anziano marchese ormai paralitico. Quel che sa piacergli per certo sono il mangiare e il bere; il lavoro da cameriere l’ha profondamente deviato. Assoluto brianzolo (o brianzolo dell’assoluto), è nato a Como nel 1994. In un’altra vita era un rivoluzionario, in un’altra ancora un sasso.
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